
Donne in corriera senza frontiere
Quando mi arrivò quella email pensai ad uno scherzo. Il solito phishing, le truffe online a cui tutti ormai siamo abituati: “hai vinto una vacanza a…”, “sei stato selezionato per…”. Messaggi di disturbo, rumore di sottofondo, ma che, se colgono il bersaglio e momento giusti (per loro, per noi è unatr agedia), possono far male. Ecco, però forse erano solo il momento, il periodo ad essere sbagliati, perché la lettera era gentilissima: “Caro Revelli, la invitiamo a nostre spese a Ventotene a metà giugno a condurre una visita guidata sul suo romanzo “Confini senza frontiere”, di cui acquisteremo volentieri anche 50 copie“.
Era la metà di gennaio, a Genova un cielo grigio che a fatica si distingueva dal mare, anche quello grigio, ma un po’ più scuro. L’aria gelida, la natura intorno morta o in attesa. Il mio lavoro di scrivano per la Regione Liguria si era definitivamente trasformato dall’esplorazione e il racconto di un territorio a una banale attività di propaganda politica. L’Italia aveva imbracciato nuovamente idee affilate e già ricominciava a mostrare quei pochi muscoli che crede d’avere invece di metterli a disposizione comune. Tutto quanto di più lontano dall’isola di Ventotene.
Capite bene che un invito su un’isola che galleggia su idee sconfinate di futuro e in cui la natura è selvaggia e che conta non giorni ma settimane di sole all’anno per fare da guida sui luoghi di su un romanzo che avevo scritto quasi 10 anni prima poteva sembrare una truffa. Se queste “Donne in corriera” erano un hacker, era un pirata che mi conosceva molto bene (di questi tempi, però, con l’intelligenza artificiale, non si sa mai…).
Così mi confrontai con Michela, che si stupì esattamente come me, ma, avendo un cuore più puro, non ipotizzò alcuna malafede nel messaggio. Cercammo dettagli sul mittente: l’Associazione Donne in Corriera esiste davvero, opera a Bari e ha già in “archivio” altre esperienze del genere oltre a incontri culturali, presentazioni di libri e conferenze con intellettuali e scrittori.
Decidemmo così di rispondere. Del resto, una possibilità di ritornare sull’isola dopo ben 8 anni, andava colta al volo. E, poi, gli hacker, i pirati, a Ventotene sono sempre stati di casa: greci, romani, saraceni, cistercensi, borboni, inglesi, fascisti, italiani; tutti hanno lasciato l’isola più ricchi di quando ci sono arrivati. Vada come vada, pensammo.
E allora eccoci qui, esattamente come Amedeo Dalmasso, il protagonista del mio romanzo, abbiamo preso la nave che lo porta a Ventotene in una giornata assolata di giugno. Siamo assieme ad altre 50 persone, la maggior parte donne: ragazze del ‘68 che per discutere usano ancora il dialogo e non i social. Cittadine italiane ed europee dirette proprio dove nacque ciò che ci ha dato il più lungo periodo di pace che conosciamo. Donne curiose di capire come mai proprio a Ventotene nacque questa idea. Mica tanto contente di come sta andando ora in Italia. C’è fermento, non solo per le onde: si parla di cacicchi, di elezioni, di libri, di diritti e pesi e contrappesi dello stato. Siamo in coperta in un traghetto in mezzo al mare ma pare d’essere nella palestra di un liceo occupato durante un’assemblea. La nave Ponza – Ventotene quel mattino traboccava di girl-power (c’era anche qualche marito, ma dai poteri puramente consultivi).
Poi il comandante abbassò il motore. Dai balconi spuntava già la “ciabatta sul mare”, cioè l’isola di Ventotene come la chiamava Camilla Ravera. In quel momento, senza dirlo, capimmo la nostra sorte, come la capivano tutte le donne e gli uomini che dal 1926 al 1943 il fascismo confinò su qui. Nessun uomo è un’isola.
A Ventotene mandarono gente normale come noi che aveva le sue idee e che proprio per quelle venne relegata lontano dalla sua famiglia e dal suo ambiente, nel tentativo sconsiderato di indebolirle e fiaccarle. Invece, non fecero altro che rinfocolarle, esacerbarle, moltiplicarle, crearono l’ateneo dell’antifascismo che ha prodotto il famoso Manifesto di Ventotene.
Per noi sarebbero state 4-5 ore, ma il confino di polizia durava minimo 5 anni. Io e Michela sapevamo già quanto dolce può essere oggi il confino a Ventotene e quanto duro era stato 80 anni fa e c’eravamo preparati a raccontarlo.
Michela si è studiata la storia di Julia Maior, la figlia dell’Imperatore Augusto, la prima illustre confinata della storia, mandata qui perché troppo libera nei costumi. E il suo confino fu il primo che cambiò la faccia di Ventotene, con la costruzione del porto romano e della mega villa di Punta Eolo.
Oggi non ne restano che pochi resti dopo essere stata depredata da cacciatori di antichità inglesi amici dei borboni. E quella di Ursula Hirschmann e Ada Rossi che portarono in continente il Manifesto.
Poi tocca a me raccontare che cosa fu quell’isola negli anni dei confinati, seguendo la traccia del mio libro: prima l’arrivo, poi l’adunata, la consegna dei libretti rossi con le assurde regole di confino, nella stessa piazza dove un tempo si svolgevano le adunate per più di 800 confinati. Poi i cameroni (o quel che ne resta), le mense, le botteghe sparse in paese in cui i confinati dovevano “darsi a stabile lavoro”, primo comandamento del Libretto rosso. Poi la visita al vero “lupus in fabula”, l’artefice di questa storia: Fabio Masi, il famoso libraio di Ventotene. Fu lui che consigliò il mio libro a Gabriella Caruso, capitana in corriera: è lei che organizza le gite con un’efficienza paragonabile solo a quella di una mensa comunista. Lì le “donne in corriera” si trasformano in corsare: invadono la libreria,
sfogliano, osservano, scrutano, domandano. Sugli scaffali s’aprono vuoti inattesi. E poi camminiamo ancora tra le storie: Camilla Ravera, Ursula Hirshmann, Ada Rossi, Spinelli, Rossi, Colorni, Pertini, Domaschi, Failla, Li Causi, Di VIttorio, Jacopetti e tutti gli altri.
Laggiù, al largo, c’è l’isolotto di Santo Stefano, con sopra “il mostro”, quel carcere terribile in cui anarchici (Gaetano Bresci) e antifascisti (Pertini), ma anche delinquenti comuni fino al 1965. Anche quelle sbarre, quelle saracinesche traboccano di storie, così tante che alcune non ne usciranno mai più.
Quando arriva l’ora del traghetto e finisce il confino le accompagniamo al porto: le guardo, mi sento una chioccia con dietro i suoi pulcini, che camminano tutti liberi senza confini né frontiere.
Giacomo Revelli
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