
La vera morte è il vuoto. Riempiamolo adesso, finché siamo ancora in tempo. Tutto quello che avreste voluto sapere… sulla morte
di Roberta Monaco
Ad introdurre questi “due giornalisti amatissimi” Antonio Polito (Castellammare di Stabia 1956) ed Enrica Simonetti, è la padrona di casa Maria Laterza che ringrazia Le Donne in Corriera, e non ha bisogno di dilungarsi sulla presentazione dell’ospite, editorialista del Corriere della Sera per cui scrive di politica italiana e internazionale, tra i più noti commentatori televisivi, autore di molti libri (Riprendiamoci nostri figli 2017, Prove tecniche di resurrezione 2018, Il muro che cadde due volte 2019, Le regole del cammino 2020, Il costruttore 2024).
Un tema difficile quello del suo ultimo libro Qualcosa di noi resterà (Mondadori, 2026, pp.149, euro 18,50), il tema della morte. Ogni giorno in tv la vediamo attraverso la cronaca, le guerre, i conflitti mondiali e tuttavia tendiamo nel nostro pensiero a sconfiggere e allontanare il tema della morte. Poi c’è anche il fatto anagrafico, nel senso che diventiamo sempre più “adulti”, cita le parole della madre “Si diventa anziani quando la morte diventa un fatto personale” … Ma subito la conduttrice dell’incontro, Enrica Simonetti, con la sua leggerezza e sapienza, precisa che non sarà per nessun motivo un incontro triste, bensì un excursus interessantissimo su un tema che, a differenza di molti altri, resta oggi un tabù per la nostra società.
Non possiamo non accogliere con grande curiosità (la libreria gremita lo attesta) questa inchiesta acuta e approfondita sul tema della morte, della pre morte, del coma, che Polito affronta magistralmente attraverso le testimonianze di una lunga lista di persone/ personaggi intervistati: Dario Fo, Pier Luigi Bersani, Oliviero Toscani, Camillo Ruini, Ilaria Capua, Mogol, Gaia Tortora, Vittorio Feltri, Cristina Cattaneo, Massimo Cacciari, Riccardo Muti, Stéphane Allix, Gino Paoli, Corrado Augias, Luca Cordero di Montezemolo, Vittorio Emanuele Parsi. Se a questo aggiungiamo i suoi racconti autobiografici bellissimi e gli aneddoti personali (rinuncio alla narrazione per non spoilerare troppo), le citazioni, le letture, la cultura smisurata (basta sfogliare l’amplia bibliografia alla fine, dopo le note), i film…, beh, che dire? viene solo voglia di leggerlo.
Tanti i temi affrontati: l’immortalità, la morte, l’eutanasia, la speranza, la second fife, i resti digitali … La tematica della morte, per quanto l’autore si dichiari non credente, è analizzata sotto molteplici aspetti, anche religiosi, vi è lo sguardo non solo dei cristiani, ma dei pagani, dei buddisti, e tanti altri modi e percorsi di interpretare la morte. Il tocco filosofico, le curiosità (la gente che si compra loculi costosissimi …), le reazioni diverse di fronte alla morte, sono tutti aspetti che toccheremo in questa conversazione con questo “giornalista di razza” come lo definisce Enrica Simonetti. La sua prima domanda è piuttosto classica: “come è cominciato di fatto questo percorso?” Antonio Polito ringrazia subito per la generosissima presentazione e ci racconta di come ha “venduto” il libro all’editore: non un libro sulla morte ma un libro sulla vita, sul trionfo della vita sulla morte. Anche per un ateo è inconcepibile pensare che una vita possa sparire nel nulla. È un libro sulla speranza di lasciare dietro di noi qualcosa che non è materiale ma anche legato ad altri fenomeni, immaginate – ci invita a riflettere – che “come per i telefonini ci sia un cloud, una sorta di deposito generale, un archivio, un magazzino della nostra coscienza, insomma, che possa esistere su altro supporto, non fisico, a mantenere in vita, come per la filosofia quantistica, l’energia e le varie forme della nostra coscienza (quanti di energia, onde, che possono continuare a restare).
Sia atei (Dario Fo ad esempio) che persone di fede, si rifiutano di credere che dopo di noi non ci sia più nulla. Ma la scaturigine, l’idea di questo libro nasce in seguito alla visione del film Hereafter, con Clint Eastwood ultraottantenne, dove si parte dalla storia di una giornalista televisiva francese che, in seguito ad uno tsunami durante una vacanza, ha una esperienza di premorte (come per Parsi, di recente ospitato dalle Donne in Corriera). Entra in uno stato di non coscienza e il suo cervello per un po’ non è irrorato di ossigeno, eppure i ricordi tornano, vive emozioni e si convince che appartengono ad un altro mondo. Di questo vuole scrivere. Non più della biografia di Mitterand, a costo di perdere notorietà. Sola contro tutti ma soprattutto di fronte alla “congiura del silenzio”, sottotitolo del film, che c’è intorno al tema della morte.
In realtà in passato, ci ricorda Polito, non sempre questo tema era tabù, agli inizi del Novecento la morte era edificante, si portavano i bambini accanto ai defunti (bello il racconto della morte del nonno e del regalo dei gemelli d’oro); oggi la morte è nascosta anche fisicamente, la si nasconde, la si affida ai tecnici, “nessuno tocca più i cadaveri”. Si ribella Polito a questo interdetto sulla morte e inizia l’inchiesta sul Corriere della Sera per una ventina di puntate che poi diventerà un libro.
Quale di queste testimonianze ti colpirà di più? chiede Simonetti. Quella di Cacciari, probabilmente per le risposte inaspettate, il suo essere così deciso filosoficamente a negare l’impossibilità della morte. Coltiva il rapporto con la morte Pupi Avati tenendo a vista le foto di tutti i morti a lui cari, con cui intreccia discorsi ogni sera … Mogol poi è quello più esoterico, riceve messaggi dall’aldilà… Insomma, il libro va letto, io l’ho apprezzato molto. L’approccio che Antonio Polito adotta è decisamente laico, mentre le voci che ascolta sono eterogenee, e ci portano, sottolinea Simonetti, a discutere il tema etico del fine vita, così dibattuto oggi.
Polito approva la decisione della Corte Costituzionale Italiana (richiama il caso di suicidio assistito di Cappato), su questo tema così divisivo, ovvero riconoscere il diritto a lasciarsi morire ma non il diritto costituzionale a morire; è preoccupato tuttavia per le derive eugenetiche … “cosa è degno di essere chiamato vita?” verrebbe da chiedersi. Una legge può fissare con precisione il momento in cui una vita non è più degna di essere vissuta? Lo Stato non può far questo. Se si chiede allo Stato di essere aiutati a morire allora si dovrebbe accettare che la collettività faccia una valutazione di un bene quale è la vita umana. Una legge ci vuole, questo è certo. È importante dunque costruire una civiltà del trapasso. Forse al nord, a Milano in questo sono più avanti.
Enrica Simonetti affronta anche il tema ‘seducente’ della reincarnazione, nel libro è interessante come Polito ne parla, con sapiente leggerezza, cita Riccardo Muti, e riesce a far sorridere il pubblico pur parlando di cose serie. Tante le digressioni interessanti, ad esempio si parla di necrologi e del loro legame con la storia delle città, di resurrezione (cfr. suo libro 2018), di cremazione, del rapporto degli animali con la morte, di testamenti (anche i testamenti ideali, spirituali), dell’esperienza di svuotare le case dei genitori che non ci sono più (consiglia il film Father mother sister and brother), degli oggetti a cui ci aggrappiamo.
E allora il nostro autore preferisce confutare il genio di Epicuro (la morte non esiste perché quando c’è lei non ci siamo noi) per accogliere il pensiero di Seneca, cotidie morimur cioè ogni giorno moriamo, possiamo essere consapevoli, possiamo pensare la morte ogni giorno, ma anche l’eternità, desiderarla, e questo rende la vita di un essere umano degna di essere vissuta, il bisogno di infinito, la consapevolezza della finitezza che ci spinge a fare grandi cose (pensa Polito ai trapianti, ci narra storie di trapianti di cuore e cita il film 21 grammi). Ecco perché più che un libro sulla morte quella parte oscura della nostra vita che è la morte, il libro è un libro sulla vita, su quella scia di bene che lascia una traccia immortale (pensa Polito ad un uomo come Alcide De Gasperi, il padre della Repubblica, e a tutto quello che ha realizzato), il che è diverso dall’immortalità dei corpi. Particolare l’architettura del libro, diviso in scene come se anche questo campo semantico del teatro allontanasse un po’ la verità della morte: L’attimo, L’addio, Il dopo, La speranza. quattro scene e un epilogo. una specie di confessione conclusiva al termine dell’indagine.
E nel finale Polito si dichiara: nella vita non perseguiamo sempre lo stesso fine. C’è una fase della nostra vita in cui siamo attratti dalla bellezza, la inseguiamo fino all’età adulta, ci affascina. Poi si introduce un altro valore: la ricerca della verità, ci interessa capire l’essenzialità, ci piace scoprire la sincerità e ci rendiamo conto che non sempre è compatibile con la bellezza; poi arriva una terza fase, quella della bontà, un valore superiore meglio detto dai greci come agape, cioè amore. Ora l’autore è approdato a questa fase finale, quell’età (Cicerone la chiama la terza età) in cui si viene chiamati “sexalescenti”, un neologismo dove il prefisso sex non sta per sesso ma per sessanta. E per contrastare questa tendenza a vivere una nuova “primavera di edonismo senile”, bisognerebbe fare un po’ come le balene “che pur ancora forti e vitali a una certo punto smettono di navigare i mari e si dirigono verso la loro ultima spiaggia”.
Fa bene Enrica Simonetti a rimarcare la bellissima trilogia di queste parole: Bellezza, Verità, Bontà che nell’epilogo del libro, come le stagioni della vita, rappresentano i tre grandi pilastri di una vita buona. Sì, perché Qualcosa di noi resterà (il titolo del libro è volutamente affermativo) se facciamo qualcosa di buono, se si riesce a lasciare una traccia di sé: solo se qualcosa l’abbiamo fatta, lasciata. possiamo sconfiggere la morte, saperla abbracciare. Amare il prossimo e meritarci l’amore del nostro Dio, qualunque esso sia. Si cita Isabel Allende “La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata”. Chiude l’incontro la socia attivissima, Rosanna Quagliariello, che ringraziamo per aver scelto e fortemente voluto proporre all’Associazione Donne in Corriera Antonio Polito, politologo, senatore, grande oratore che conosce da tanti anni, le cui conversazioni coinvolgenti ha avuto il privilegio di ascoltare nella sua famiglia e che sicuramente… non verrà dimenticato!
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