
La scrittura come promessa
di Roberta Monaco
Lo dedica alla figlia Aurora questo libretto che è una promessa già nel titolo, appunto La promessa del ritorno, e le Donne in Corriera accolgono con grande piacere il ritorno di questa autrice (Il sentimento del Mare, Einaudi, il libro precedente che ha presentato per noi alla Laterza ci ha lasciate in… apnea!), editor di Einaudi e insegnante di Tecniche e senso della Narrazione (anche alla Scuola Holden).
Celeste Maurogiovanni, chiacchiera con lei stavolta in un contesto nuovo, il museo civico di Bari, luogo che ci abbraccia, tra l’antico e il moderno, e non esita subito a definirla una ‘combattente’. E la Santangelo, palermitana, scrittrice assai prolifica, venticinque anni di professione, vincitrice di numerosi premi, combattente lo è davvero: sostiene lotte giuste, si impegna sino in fondo sul fronte della difesa dei diritti umani e civili, collabora con il settimanale L’Espresso. Per Einaudi ha pubblicato nel 2000 la raccolta di racconti L’occhio cieco del mondo (con cui ha vinto i premi Berto, Fiesole, Mondello opera prima, Chiara, Gandovere-Franciacorta), e i romanzi La lucertola color smeraldo (2003), Il giorno degli orsi volanti (2005), Senzaterra (2008), Cose da pazzi (2012), Non va sempre cosí (2015) e Da un altro mondo (2018, libro dell’anno della trasmissione Fahrenheit Rai-Radio3, Premio Feudo di Maida, Superpremio Sciascia-Racalmare, Premio Pozzale Luigi Russo). Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Disertori e Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero, 2000 e 2004), Principesse azzurre 2 (Oscar Mondadori, 2004) e Deandreide (Rizzoli Bur, 2006), Le ferite (Einaudi, 2021).
Con il racconto Presenze ha partecipato all’antologia L’agenda ritrovata. Sette racconti per Paolo Borsellino (Feltrinelli, 2017). All’interno di questa bibliografia copiosa, troviamo la traduzione Firmino di Sam Savage, Rock’n’roll di Tom Stoppard, e ha curato Terra matta di Vincenzo Rabito.
La promessa del ritorno fa parte della collana Pennisole, dell’editore Hopenfulmonster, curata da Dario Voltolini, particolare nell’intento di realizzare, come il mot valise suggerisce, la brevità, dove ci sono, come recita la postfazione: “le penne di chi scrive, la penisola italica, le isole da una delle quali Evelina proviene, la Sicilia”, e pertanto donne, uomini e spazi geografici. È una favola in quattro atti i cui protagonisti sono animali, citati perlopiù nei titoli di questi racconti brevi, tranne nell’ultimo che dà il titolo al libro, La promessa del ritorno, ambientata a Runik, nel Kosovo, durante la guerra del 1998-99.
Perché scrivere favole? Questa la prima domanda con cui inizia la conversazione. Una risposta breve si trova già nella postfazione autografa dove l’autrice, citando uno scrittore, Wlodek Goldkorn, dichiara che “scrivere fiabe è pensare al futuro”.
Non si tratta di favole per bambini, precisa Celeste Maurogiovanni, del resto c’è sempre stata una discussione nell’ambito della critica e della scrittura letteraria, se esistano letteratura e poesia per bambini, e quindi un vero e proprio genere, la cui presenza è stata ad esempio messa in dubbio dall’autorevole critico Franco Fortini. Sono fiabe per adulti in cui s’intrecciano fantasia, visioni, immagini surreali, come nella pittura di Marc Chagall (sempre citata dall’Autrice nella Postfazione), si ritrae un mondo ‘sottosopra’ come quello del pittore russo-francese in cui, intrise di magie e mistero, le sue figure ballano, sospese tra cielo e terra, in un universo surreale. Gli animali di Evelina Santangelo (pantera, gallina, un cane da combattimento, tonni) hanno un’anima. Gli uomini sembra di no. E tutti pensano, guardano gli umani, si muovono sulle rovine vere (come quelle del Colosseo), della guerra, quella di tutti i tempi, vivono da ultimi, non succubi ma capaci, talvolta, di trasformare il proprio destino e mutare la propria identità attraverso metamorfosi e metempsicosi. In questa chiave surreale, spiega magistralmente Celeste Maurogiovanni, devono essere lette le fiabe di Evelina Santangelo, destinate agli adulti, in cui animali comuni quali le galline o i tonni si alternano a pantere e a feroci cani da combattimento.
Nella favola si sovverte in qualche modo l’ordine del qui e ora, il deittico, le cose possono andare in maniera diversa, aprirsi ad una possibilità. Maurogiovanni richiama il mondo alla rovescia, di cui ha parlato il russo Bachtine a proposito del significato del carnevale nel mondo medievale e del rovesciamento di ruoli; uno spazio definito nel tempo e nelle linee narrative in cui si esercitano per sopravvivere a violenze e soprusi, in cui ci sono i cattivi, le vittime, i pentiti ma anche le emozioni, la pietà, i sentimenti. E quindi un mondo reale. Distante dal greco Esopo e dal latino Fedro in cui la fabula aveva un sapore di ‘buono’ con il suo lieto fine e la sua morale e insegnamenti, e dal ‘rovesciamento’ di Orwell con il suo capolavoro La Fattoria degli animali, il cui sottotitolo iniziale era Favola, che ritrae mimeticamente i paradossi e le brutalità del potere capace di cambiare con le sue logiche distorte anche il migliore dei mondi possibili e i principi più giusti.
Grazie a questi riferimenti letterari Celeste Maurogiovanni aiuta a comprendere e contestualizzare un libro cosi piccolo e così denso di significati. Un libro-universo (scritto durante il covid), quello degli animali della Santangelo, un mondo deformato, persino distrutto, in cui è necessario lottare, camuffarsi, cedere alle violenze degli umani senza però confrontarsi con loro, solo attaccandoli o subendoli. Questi racconti richiedono una profondità di lettura e immaginazione (monstrum rimanda a meraviglioso, anche se spesso ci impaurisce). Fanno riflettere su se stessi e le relazioni con gli altri. Arriva dunque dal mondo degli animali una lezione, ci dice Evelina Santangelo, poiché solo gli animali possono capovolgere il mondo, essendo creature senza colpe, senza malvagità, senza vendetta.
E con una lettura da lei scelta ci fa “sentire” la sua scrittura attraverso la sua voce (p.47 La promessa del ritorno). Le analogie tra le due realtà non sono evidenziate o sottolineate: questo è uno spazio a sé, in cui si vive una vita propria e se gli uomini ci si ritrovano: tanto meglio. La promessa del ritorno è un libro in cui la concisione, la brevitas, che è un valore aggiunto, sono il risultato di una scelta linguistica molto attenta in cui le parole hanno significati precisi e inequivocabili, secchi, duri, unici. Niente simbologie, metafore, significati altri se non nell’immaginario di chi legge, come in tutte la favole vecchie e nuove, non quelle che si raccontano ai piccoli per farli addormentare, ma ai grandi per farli svegliare e prendere coscienza delle macerie di un mondo nel quale, però, se si racconta vuol dire che si continua sperare: in che cosa? Intanto, conclude l’autrice, finche c’è voglia di raccontare, c’è la speranza.
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