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Racconti & Commenti  •  27 Marzo 2026

Commento post conversazione sulla poetessa russa Anna Achmatova, a cura di Patrizia Ripa

Patrizia Ripa condivide la sua riflessione dopo la conversazione sulla poetessa russa Anna Achmatova.
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“La poetica di Anna Achmatova”

di Patrizia Ripa


Considerata la più grande poetessa del Novecento russo, la voce di Anna Achmatova è stata soffocata da un regime repressivo degli anni dello stalinismo ed è diventata una rappresentante di tutta l’intellettualità russa che ha resistito con dignità alle persecuzioni del regime. Sopravvissuta a Stalin, ha potuto raccontare quello che quegli anni hanno significato per i poeti e per il popolo.

L’interesse per questa scrittrice nasce dalla mia lettura del libro di Jan Brokken, Bagliori a SanPietroburgo, in cui lo scrittore e giornalista olandese descrive tutti i luoghi dove hanno abitato i grandi artisti dissidenti russi, tra cui poeti come Anna Achmatova e Brodskj, scrittori come Dostojevskji, musicisti come Ciajkovskj, Stravinskj, Sostakovic, pittori come Malevic, ripercorrendo le vie di San Pietroburgo, la mitica capitale della cultura europea, definita la Parigi dell’Est. Dalla descrizione di questa donna elegante, raffinata, carismatica, che sembra quasi personificare la fierezza di questa città è nato il mio interesse e il mio desiderio di approfondire la sua poetica che può essere compresa solo ripercorrendo gli eventi storici del Novecento. Attraverso la sua biografia, infatti, si può attraversare la storia di tutto il Novecento russo.

Nacque a Odessa nel 1889 e morì a Domododevo, Mosca, nel 1966, ma visse sempre a San Pietroburgo. Anna Andreevna Gorenko, suo vero nome, per pubblicare le sue poesie che iniziò a scrivere già all’età di 11 anni, scelse il patronimico Achmatova per richiesta del padre che non voleva offrire l’onorato della famiglia alla curiosità dei giornali. Nel 1910 sposò Nikolaj Stepanovic Gumilëv, affermato poeta dissidente e dal loro matrimonio nacque Lev, che fu perseguitato perché figlio di due controrivoluzionari. Gumilëv andò al fronte e al ritorno fu poi accusato di un complotto contro il regime e nel 1921, condannato a morte e fucilato.

Con il marito diede voce alla poesia acmeista che proponeva, come reazione all’oscurità e all’evanescenza della poesia simbolista, chiarezza dei contenuti e concretezza, una poesia asciutta, essenziale. Ne entrarono a far parte poeti famosi tra cui Osip Mandels’stam, definito suo fratello gemello letterario, che si espose in maniera diretta contro il regime scrivendo un epigramma contro Stalin, e lo pagò con la vita. Una sua famosa citazione fu: «Solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome. In nessun altro paese uccidono per motivi poetici»

Fu amata da molti personaggi famosi, tra cui A. Modigliani, B.Pasternak, Ian Brokken, Aleksander Blok, Osip Mandel’stam, Jon Brodskij che la considerò sua musa ispiratrice. Ognuno di loro rappresentò una sforma di dissenso al regime, ma lo fecero in modalità differenti:

Se Mandel’stam MUORE per la parola perché ritiene che la poesia debba esprimere la verità e Pasternak SI SALVA NELLA PAROLA, perché vede la letteratura come salvezza, Achmatova vive per CONSERVARE la parola: la sua poesia è testimonianza.

Dal 1912 al 1921 scrisse varie raccolte di versi tra cui “Sera”, “Rosario”, “Stormo bianco”, “ Piantaggine “ e “Annus Domini”. La Rivoluzione avrebbe dovuto portare nell’aria un rinnovamento in cui la poesia (e l’arte tutta) doveva servire ad un progetto ideologico dello Stato Socialista, ma il realismo socialista la lasciava indifferente, quindi Anna si ritrovò sola in una Russia che non la condannava ufficialmente, ma le era ostile. Gli anni che vanno dal 1917 al 1921 furono anni di violenze e di scontri e la poetessa non si era mai espressa riguardo all’adesione alla rivoluzione. Con il nuovo regime un velo di silenzio calò su di lei e non riuscì a pubblicare più nulla fino al 1940 con la collezione “Da Sei libri”. La sua poesia fu censurata e proibita. Subì la sorveglianza costante del regime perché considerata sospetta. Benché ormai separata da Gumilëv, l’accaduto lasciò un’ombra sulla fedeltà della poetessa al nuovo regime e ancor più su quella del figlio Lev che venne arrestato nel 1935 prima, e successivamente nel 1938.

Due esperienze che avrebbero segnato profondamente tutta la sua poetica trasformandola da poeta d’amore, apparentemente romantica, a poeta del dolore, non solo suo, ma di tutto il suo popolo: dopo la rivoluzione del 1917 Anna Achmatova scelse di rimanere in Russia, decisione che la espose direttamente al controllo del regime.

Stalin preferì per questo umiliarla e ridurla al silenzio. Scrisse poesie dal carattere malinconico sulla Russia devastata che non riconosceva più, e che tuttavia non voleva lasciare, visse il dramma degli intellettuali sovietici fedeli alla Russia, ma non al regime. Con “Stormo bianco”, pubblicato nel 1917 la sua poetica inizia a trasformarsi, per la prima volta la sua voce si leva forte contro la guerra sanguinosa in un momento storico in cui, in un ambiente di poeti e letterati, si esaltano gli ideali della patria e del militarismo, e dopo l’imprigionamento e la deportazione del figlio la sua poesia si concentrerà sul tema del dolore.

Il suo capolavoro il Requiem, un ciclo di poesie scritte negli anni che vanno dal 1935 al 1940, raccoglie componimenti poetici sul dolore di una madre che si recava, come molte madri, al carcere delle Croci tutti i giorni, per avere notizie del proprio figlio. Lev, fu arrestato e condannato a morte, condanna che verrà poi convertita in deportazione (causa presunta il cognome del padre) e fu imprigionato per cinque anni nelle carceri di Krestji ( che significa croce in russo). Achmatova descrive le interminabili file davanti alle prigioni di Leningrado. Non parla solo per sé, ma per tutte le donne che aspettavano notizie dei loro cari che puntualmente venivano disattese, non sapevano se i propri figli fossero stati fucilati o deportati, non sapevano se i loro pacchi venivano consegnati: “non sapere è peggio che sapere”.

Requiem resta una delle più potenti testimonianze poetiche del terrore staliniano, scritto in segreto, memorizzato, perché non pubblicabile. Il testo circolò solo in forma orale per decenni, memorizzato da amici fidati per evitare che venisse scoperto dalla polizia politica. La dedica iniziale è rivolta alla donne incontrate davanti alle carceri: non c’è eroismo, né retorica, solo freddo, paura, silenzio, attesa. Nella prefazione di Requiem scriverà che una donna, in coda davanti al carcere per avere notizie del proprio figlio le chiese : “Ma lei può scrivere tutto questo?” e lei rispose “Sì, posso”. Questa risposta stava a significare che la poesia può tutto, “può ancora descrivere tutto questo”. L’animo umano può risorgere da tutta questa violenta negazione dell’umano.

Requiem è un’opera unica perché è un capolavoro di poesia civile, un esempio raro di coraggio artistico: scrivere queste poesie significava rischiare la vita. Le liriche di Requiem descrivono l’arresto del figlio fatto all’alba, quando la città dorme, senza testimoni, senza spiegazioni, seguirà poi la poesia sulla sentenza. Tutte descrivono il crollo emotivo della madre, la disumanizzazione del sistema repressivo, il terrore come condizione quotidiana, senza retorica o sentimentalismi. Si assiste quasi a una normalizzazione del dolore e tutto viene espresso con sobrietà. Il tempo è sospeso, la casa resta silenziosa, lo spazio domestico non è più il rifugio, ma il luogo del trauma. La figura della madre diventa quella di tutte le madri, la sua sofferenza viene paragonata a quella di Maria sotto la Croce, ma qui non c’è consolazione religiosa, piuttosto una universalizzazione del dolore. La tragedia privata diventa archetipo e riesce a trasformare il dolore personale in memoria storica.

Il pathos e l’emozione sono stati trasmessi attraverso le poesie più significative lette ad alta voce da Patrizia Ripa e da Celeste Maurogiovanni che hanno toccato l’animo degli spettatori, coinvolgendoli in una partecipazione attenta e sentita al dolore.

Anna sopravvisse a Stalin e divenne negli ultimi anni la figura morale e simbolica, incarnazione della memoria e del dolore collettivo russo.

Queste le parole sulla statua che fu eretta in suo onore di fronte alle carceri di Krestji a SanPietroburgo.

“…E non per me sola prego, Ma per tutti coloro che erano con me, laggiù, nel freddo spietato, nell’afa di luglio, sotto la muraglia rossa abbacinata”.

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