
FREDDO POLARE
Il grande fuoco di parole con cui il fantasma di Marco Polo accoglie il pubblico cerca di aprire una breccia nelle nostre congelate coscienze.
Arriva senza mezzi termini incendiando l’indifferenza, il quieto vivere, come si diceva una volta, perché in realtà, a pensarci un attimo questo nostro “quieto vivere” è una chimera.
Lui lo sa benissimo, e prova a tirarci dentro a questa riflessione generale sulla società contemporanea sepolta sotto il ghiacciaio delle convenzioni. Intimidita da tempeste di vento polare che hanno spento la nostra capacità di sognare. Il Marco Polo di Michele Santeramo è tutto questo. Il monologo dell’autore/attore non illustra il viaggio, lungo trentasei anni, in cui si è cimentato noto esploratore morto settecento anni orsono, ma, come dice al pubblico, “Io sono Marco Polo e vi dirò ciò che faccio ora”.
Il fantasma di questo grandissimo “uomo mappamondo”, ascoltatore senza pregiudizi di culture e civiltà assolutamente sconosciute, si attarda stupito ad osservare noi esseri umani e il nostro “discutibile concetto di libertà” quanto siamo disposti a prenderne, di libertà, e quanto poco siamo disposti a concederne. Questione tutt’affatto banale.
Incontra dapprima un ragazzo che scompare in quella linea di orizzonte dove “acqua e aria si mischiano” e poi una madre gli affida una bambina. Il suo intento non è di salvarli ma di condurli “passo dopo passo” attraverso “strade nuove”. Le strade nuove a cui allude, da esplorare poco alla volta a piedi con tempi lenti adatti alla riflessione lasciandosi alle spalle il proprio destino, conducono a nuove possibilità di consapevolezza e di convivenza pacifica in cui ciascuno ritrova sé stesso.
Ma per trovarsi, bisogna provare l’azzardo di “perdersi” letteralmente, immaginare come sarebbe se…
Margherita Diana
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