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Racconti & Commenti  •  15 Marzo 2025

Commento post incontro con Nadia Terranova, a cura di Patrizia Ripa

Ecco il commento della nostra socia Patrizia Ripa a seguito dell'incontro con Nadia Terranova, per la presentazione del suo ultimo romanzo "Quello che so di te".
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“Quello che so di te” di Nadia Terranova, premio Strega 2025, è un romanzo intenso. Racconta di un madre non giovanissima, che al momento del parto, vissuto nella sua complessità, si interroga su una fragilità che fa parte della sua famiglia, in particolare sulla figura della bisnonna Venera che ha vissuto una profonda sofferenza, la perdita di una figlia. E a piccoli passi seguiamo il mistero che avvolge l’animo della scrittrice, quando scopre che la sua bisnonna era stata ricoverata in un ospedale psichiatrico per soli 11 giorni. Perché? Cosa c’è dietro la sua presunta pazzia? Di qui nasce la curiosità e la necessità di indagare sul passato che incombe sul presente, ma forse è solo l’espediente per iniziare a parlare della sua storia, delle sue paure, del suo bisogno di verità.

Nadia Terranova vive a Roma. È nata a Messina, che è sempre al centro dei suoi romanzi, la sua casa di Messina diventa un luogo dell’anima. Ha scritto 4 romanzi:
• 2015 Gli anni al contrario
• 2018 Addio fantasmi
• 2022 Trema la notte
• 2024 Quello che so di te

Patrizia Ripa, socia di “ Donne in Corriera” ha intervistato la scrittrice Nadia Terranova sul suo ultimo romanzo “Quello che so di te” presso la libreria Laterza di Bari il giorno 19 marzo 2025.

Riportiamo qui l’intervista:

PR La prima cosa che colpisce il lettore è sicuramente l’incipit che è molto forte: la protagonista afferma che c’è una sola cosa che non può permettersi dopo la nascita di sua figlia. IMPAZZIRE.

E parliamo quindi di AUTOFICTION, questo genere nuovo, la fusione tra autobiografia che tratta i dati oggettivi della vita di un autore e la creazione di una finzione narrativa con personaggi nuovi, talvolta anche inventati. Quanto c’è di vero nella storia che racconti?

NT “ Avevo scritto tre romanzi di struttura classica. La vera sfida resta per me il romanzo classico che è una struttura collaudata, dentro la quale gli scrittori sono chiamati a scrivere qualcosa di originale. Più classica è la struttura del romanzo, più è difficile per uno scrittore scrivere qualcosa di originale. L’autofiction è un genere nuovo. Io in realtà diffido sempre dei romanzi sperimentali, che vogliono essere innovativi, perché ho sempre pensato che prima bisogna collaudare le forme interne e poi tentare delle trasformazioni, sempre all’interno della struttura classica. Ho sempre trattato romanzi autobiografici o romanzi storici, come nel caso di “Trema la notte”. Forse erano sempre dei romanzi in cui io raccontavo del mio vissuto personale in cui c’era anche dell’immaginario, strutturandoli dentro la forma del romanzo in cui c’era sempre qualcosa di me. Quando mi sono interrogata su cosa fare sulla storia della mia bisnonna e ho pensato di strutturarla sotto forma di romanzo, creando una storia di una donna che vive all’inizio del 900, raccontata in terza persona, come una storia di donne esaminata da un punto di vista esterno, mi sono accorta che non funzionava, mancava la mia compromissione. Non avrei potuto scrivere questo libro, a differenza degli altri, senza che nella sua ossatura spiegasse perché io volessi scriverlo, cioè ho sentito l’esigenza di spiegare il motivo per il quale volevo scrivere della mia bisnonna e sentire la libertà di esprimere le mie necessità di ricostruire la sua vita e non potevo farlo senza che ci fosse la mia partecipazione, perché mi era nata una figlia e volevo scoprire di più, capire perché la mia bisnonna era finita in manicomio e cosi facendo le ho restituito paradossalmente la sua identità. Per buona parte parlo di me stessa, ma in realtà do molto spazio alle voci degli altri. È sicuramente il libro più corale che abbia scritto. Ci tenevo a parlare del rapporto maternità-follia e vorrei citare una frase di Erica Jong che recita: “La maternità e la follia sono le due condizioni più vicine perché in entrambi i casi c’è un essere umano che si raddoppia, si sdoppia e vede una metà di sé che va in giro per il mondo e un’alta parte che è altro da sé.

PR A un certo punto citi la MITOLOGIA FAMILIARE che rappresenta un personaggio vero e proprio nel romanzo, quasi come il coro della tragedia greca, che fa da commento e ha alcune volte la funzione di spiegare e aiutare il lettore a chiarire e a districarsi nel labirinto del passato misterioso di Venera, ma talvolta tende anche a fuorviarlo, a confonderlo.
Che cos’è e cosa rappresenta quindi la Mitologia Familiare per te in questo libro?

NT “Quando ho iniziato a scrivere questo libro le uniche informazioni che avevo erano quelle di ciò che io chiamo la Mitologia Familiare, cioè le versioni spesso contraddittorie e lacunose di ciò che mi raccontavano i miei familiari, ma era impossibile afferrare la verità. Il motivo dell’internamento della mia bisnonna restava un mistero di cui non si parlava, seguendo quello che è una regola delle famiglie e cioè che “tutti lo sapevano ma tutti dovevano non saperlo” che è sicuramente una regola contraddittoria che può creare un corto circuito perché lascia incertezze su ciò che è effettivamente vero o no. La maggior parte delle versioni che mi venivano date sul ricovero della mia Bisnonna in manicomio sono state racchiuse in un personaggio unico che è la Mitologia Familiare, perché non aveva senso spiegarle una ad una nelle varie contraddizioni che emergevano dai loro racconti. Dal loro punto di vista era strano che io volessi andare alla ricerca della documentazione che riguardava l‘internamento di Venera perché per loro era una storia da archiviare, non per omertà o negligenza, ma perché era una cosa rimossa, che non li riguardava più, invece per me era importante ricongiungere il passato con il presente, specie in seguito alla nascita di mia figlia perché non ero più io l’anello finale ma ero quello di ricongiunzione tra passato, presente e futuro.”

PR A questo proposito sei andata a cercare negli archivi del manicomio per capire di più. E hai affrontato quindi il tema della psichiatria e del trattamento dei pazienti psichiatrici. Quanto ti ha coinvolto questa ricerca di documenti e testimonianze anche rispetto ai fatti storici che sono avvenuti in quegli anni prima della legge Basaglia?

NT “Gli anni di Venera erano lontani anni luce dalla riforma Basaglia. La realtà in cui mi sono immersa è la realtà del primo Novecento. Dall’Ottocento, quando iniziano a nascere i manicomi, fino alla legge Basaglia, le condizioni dei manicomi sono rimaste praticamente immutate. Ho dovuto fare un salto di secoli per capire su cosa si basava la medicina. Il colore verde del manicomio è studiato cromaticamente per calmare gli animi, mentre oggi, in quella che è diventata la struttura diurna, ci sono quadri colorati; anche questo basterebbe a far capire la differenza tra sedare e il bisogno di esprimersi. Venera diceva di aver subito delle scosse, ma non c’è traccia nella sua cartella clinica, probabilmente gli infermieri le praticavano in via sperimentale e quindi le omettevano. Qui tutte le ricerche sono trascritte, io ho trovato la cartella e da lì ho avuto accesso alla lettura. In quel momento ho letto di esperienze di tante donne, storie di donne che venivano rifiutate dai mariti perché non riuscivano ad avere figli – e la riproduzione era una specie di ossessione nel periodo fascista – per cui venivano rinchiuse. Ho scoperto che le avevano tolto la parola, chiusa in una stanza, non parlava mai. Quando ho realizzato che la cartella clinica metteva in crisi ciò che avevo scritto, ma volevo seguire la mia ricerca che però non sempre coincideva con quanto detto dalla Mitologia, mi sono chiesta: Cosa faccio? butto via tutto ciò che ho già scritto? In realtà ho sentito che non dovevo farlo, ma dovevo continuare a scrivere questo libro sulla ricerca di identità, sulla necessità di una ricerca delle radici familiari, tra misteri e silenzi, tra paure e emozioni che attraversano tre generazioni”.

PR A proposito di considerazioni di tipo linguistico: analizziamo alcuni termini e la tua critica anche sul linguaggio. Hai parlato della diagnosi di Venera che è: psicosi istero-nevrastenica -femminile singolare- aggiungi con ironia. Come mai specifichi femminile singolare? Sono termini che si attribuiscono solo alle donne?

NT “Ci sono tanti modi di parlare delle donne, in questo caso femminile singolare si riferisce a un termine che viene di solito attribuito alle donne. Isterica è il termine usato per le donne in cui l’utero viene rapportato al cervello e quindi come si sazia e si tranquillizza l’utero? Questa idea è stata assimilata nei secoli, per tanto tempo la scelta della libertà di procreare è stata schiacciata e questo concetto ha molto colpito l‘identità femminile. Alla donna si attribuisce spesso questa espressione. Cito anche tre espressioni del dialetto siciliano“ scantàta,scattiàta, strèusa” che in termini medici significano psicotica, isterica, nevrastenica. La parola isterica è sopravvissuta, e solo da poco e stata tolta dalla psichiatria, ma continuiamo a farne un uso improprio.”

PR Parliamo ora della SCRITTURA, un romanzo nuovo nella tecnica stilistica che segna un turning point, che talvolta fa pensare al flusso di coscienza di Virginia Woolf. Parli di te, della bambina, della bisnonna: presente, passato e futuro con un linguaggio spesso evocativo e con un continuo andirivieni emotivo che tiene testa al lettore. Come può variare la scrittura nei vari momenti della vita e che rapporto c’à tra la vita e la scrittura?

NT “Totale, le nostre esperienze di vita, di viaggi, le letture, le relazioni, tutto ci trasforma, ci spiazza, tutto è occasione di riflessione e tutto si trasforma in scrittura, in storia. Per quanto ci possa essere uno stile per ogni scrittore, lo stile cambia. A seconda di cosa si vive, cambia anche il nostro modo di vivere il passato che talvolta cambia anche il nostro punto di visita. Bisogna sempre essere fedeli a quello che si è in quel momento. Il parto è qualcosa che ci trasforma in maniera forte. Ogni nascita è un caso, la vita è inspiegabile. Man mano che andiamo avanti ci rendiamo sempre più conto di ciò che stiamo vivendo, si cambia rispetto a prima, senza rinnegare. La scrittura diventa un pezzo di te, sviluppando il rapporto con il passato si ha a che fare con il rapporto con la memoria. Scrivere è anche dare voce al non detto, è come un incantesimo. Il linguaggio più potente usato nelle famiglie è il non detto, fatto di relazioni sotterranee e allargate, di amanti, amici, conoscenti, padrini e madrine”

PR E arriviamo ora a questo punto cruciale del romanzo: quando parli del fatto che le donne non hanno il diritto di fallire: la donna deve sempre avere la forza di superare tutti i momenti difficili, di andare avanti. Dirai a un certo punto:
“Lasciateci libere di non farcela, né come madri, né come artiste, lasciateci sperimentare il fallimento, lasciate che ci concentriamo sull’unica cosa che importa: non cadere, o cadere senza uccidere chi amiamo, lasciateci comunque la libertà di fallire”.
Come direbbe Beckett: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio”.
Perché la donna non ha il diritto di fallire?

NT “Viviamo in una società performativa, in cui bisogna sempre essere vincenti, ho sentito sempre questo valore positivo dell’andare avanti… perché dobbiamo chiederci se devo essere madre o artista? Perché vivere sempre una storia di frustrazione? perché vuol dire che devo togliere da qualche parte e mettere da un’altra parte, invece. C’è un’umanità fatta di debolezze, di casualità e mancanze. Per quale ragione dovremmo tenere insieme la nostra vita e la nostra definizione? Finiamo schiacciate da domande create apposta per paralizzarci, vicoli ciechi che ci portano dritte al collasso performativo. Venera, la sopravvissuta agli aborti continui, rimane zitta e perde la parola, non le viene riconosciuto il diritto di elaborare il lutto, la perdita. La soluzione è il ricovero. La fragilità di Venera è la fragilità di tantissime donne, di tutte noi. L’Idea di forza, del resistere e sopravvivere è legata a questa esperienza intensa e sottolinea un universo femminile profondo, segnato spesso da tragedie.”

PR Nel romanzo viene sottolineata la mancanza dei padri, dei nonni. Anche qui la funzione della scrittura è quella di elaborare le mancanze, le assenze, le menzogne, le paure. Tuttavia c’è un’apertura anche al maschile: il marito di Venera con le sue debolezze trova difficoltà a gestire le altre figlie in assenza di Venera. C’è anche un discorso di corresponsabilità di quanto era accaduto ricostruendo la storia: Dove era il bisnonno quando Venera si è allontanata ed era caduta nel fossato per inseguire la altre due bambine? si e trattato di una distrazione del marito o di noncuranza? Cosa ci dici dunque dei personaggi maschili?

NT “Sono vissuta in una famiglia di sole donne, sono vissuta con mia madre, con le zie, le nonne; mio padre è morto molto presto. Per me il maschile è stata una scoperta della letteratura, ho scoperto cosa pensavano gli uomini, come interagivano tra di loro leggendoli e adesso scrivendoli. Ho scoperto il maschile scrivendo questo libro. Mi sono resa conto, mentre scrivevo il mio romanzo, che non aveva senso né escluderli, né appiattirli. La storia della mia bisnonna e del mio bisnonno era una grande storia di amore e di conflitto. Lui era stato un ragazzo che voleva vivere ed è stato costretto a vivere la guerra. Ha vissuto nel 1928, in pieno fascismo, un periodo difficile, con tutte le incertezze, con le sue contraddizioni. Per me è stata un’occasione per cercare di aprirmi al maschile, tentando di capire anche il loro punto di vista. In realtà è vero che è un libro con una storia di donne, ma c’è anche tanta attenzione all’uomo.
Un momento commovente nella descrizione dei sentimenti del marito di Venera è quando lui
la osserva mentre prega, può guardare la moglie solo da uno spioncino segreto da cui può cercarla, minuta, bruna, forse con un rosario tra le mani. Anche lui è imprigionato quanto lei in una distanza incolmabile, lontano dal passato condiviso e dal futuro immaginato”.

PR Comunque c’è una genitorialità travagliata, vissuta male sia dai padri, sia dalle madri. Sui Personaggi femminili abbiamo tanto materiale, storie di madri, di figlie, di nonne e bisnonne… a un certo punto parli anche delle “co-madri”, donne che ti tieni strette, persone a cui si può confidare tutto: le proprie ansie, le proprie impressioni, i propri dubbi. Donne forti. Chi sono le “co-Madri” e quanto hanno influenzato la tua vita?

NT “Per me è stata una presenza fondamentale. Io ho vissuto -non so se sono stata fortunata- esperienze di solidarietà con donne a cui ho potuto mandare messaggi di qualsiasi tipo, confidare i miei pensieri; è a loro che scrivo per condividere i molti dubbi e le poche certezze che ho. Anche in “Trema la notte” ci sono tutte queste donne in questo mondo in cui è stato azzerato tutto, dopo il terremoto del 1908, e di queste donne io ho ricostruito tutto: donne con figli, donne senza figli, donne che hanno cresciuto i figli degli altri, che si prendono per mano e si aiutano l’un l’altra, donne che non si giudicano, ma mettono a disposizione la loro amicizia, la loro saggezza. Per me hanno rappresentato un’esperienza di vita molto importante, credo molto nel rapporto con le co-madri.”

PR Nel rapporto madri- madri è fondamentale il momento in cui la protagonista decide di parlare chiaro a sua madre dicendo di aver trovato la cartella clinica della bisnonna in ospedale. Ma quanto c’è di vero nella Mitologia Familiare e quanto nella documentazione rilasciata dall’ospedale è compito del lettore scoprirlo attraverso la forza della scrittura intensa, fluida, corposa e soprattutto coinvolgente di Nadia Terranova.

Una scrittura personale, liberatoria che sa dialogare con il lettore e raccontare i percorsi accidentali della vita. Un libro meraviglioso, profondo e sorprendente.

di Patrizia Ripa

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