Skip to main content
Racconti & Commenti  •  11 Marzo 2016

Dalla Geografia alla “geografia della lettura”, anzi, delle letture: gli scrittori russi

Laterziane - 3 marzo 2016: dalla Geografia alla “geografia della lettura”, anzi, delle letture: gli scrittori russi (a cura di Roberta Monaco).
CONDIVIDI:

Laterziane – ovvero dalla Geografia alla “geografia della lettura”, anzi, delle letture: gli scrittori russi
a cura di ROBERTA MONACO


Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una vita sola: la propria; chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro” (Umberto Eco).

Dopo la linea e il punto, vien naturale di pensare ad una figura geometrica più consistente, ed infatti le Donne in Corriera da quest’anno hanno deciso di allargare i loro orizzonti ed attraversare il globo, imparare a leggerlo, magari con l’aiuto di studiosi, professori ed esperti veri e propri. Non solo carta, anzi ‘carte’geografiche ma persone in carne ed ossa per leggere insieme il mondo, letterario, ça va sans dire!
E così si inaugura a Bari, il 20 febbraio 2016 il 3° ciclo delle Laterziane, questo terzo anno gli appuntamenti culturali, aperti a tutti, saranno ogni sabato precedente la-terza domenica del mese, ore 18, sempre nella mitica libreria Laterza, e ad accoglierci come sempre la nostra Maria Laterza con la Presidente dell’Associazione, Gabriella Caruso ogni anno sempre più vulcanica… Ed allora ben vengano i sodalizi proficui, come quello con l’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (AIIG) poiché gli autori, con i loro racconti, saranno come guide per scoprire nuovi posti, nuovi luoghi, da un punto di vista letterario, e non solo, attraverso un mappamondo di libri. La scelta stavolta cade sulla letteratura russa, che apre un mondo sconfinato: 17 milioni di chilometri quadrati! come ci dice il professore ROSARIO SOMMELLA dell’Università di Napoli l’Orientale, che con ironia, umorismo, aneddoti e tanta sapienza ci farà tornare la voglia di studiare la geografia, anzi la geopolitica, che precisa, non è la stessa cosa della geografia politica. La sua “lezione”, o meglio anti-lezione sulla Russia, questa s-conosciuta, ci apre nuovi scenari. Ma andiamo per ordine, ripartiamo dall’inizio, anche se stavolta gli ospiti sono tanti. Ogni contributo in realtà meriterebbe un articolo a se stante, ma a me tocca il compito difficile della sintesi e mi scuso in anticipo perché potrei omettere qualcosa.
Una soave voce giovanile introduce l’incontro, la giovane socia PAOLA PIERNO, laureata in Russo, inizia con la lettura della poesia dal titolo Il Globo, di un autore ancora poco noto Oleg Evgenevič Grigoriev , non tradotto, si tratta della conversazione di un insegnante di geografia e il suo allievo, la quale rievoca il poco interesse che questa materia suscita nella scuola, nella didattica. Eppure la geografia siamo noi!

Il globo

– Bambini, chi sa cosa rappresenta questa sfera posta sull’asta?
– E’ un pupazzo della terra.
– Ti metto zero!
– No, non è un pupazzo! E’ una testa terrestre!
– Ti metto due!
– No, non è la vera Terra. È solo di cartone!
– Ti metto tre!
– Io lo so! è più azzurro, quella è acqua e dove è più marrone c’è la crosta terrestre.
– Quattro!
– Questo è un modello della Terra, solo rimpicciolito di cento volte. Se si guarda al microscopio si può vedere sè stessi e persino tutta la nostra classe. E’ una cartina ma rotonda, vuota all’interno, la si può muovere con le dita!
– Cinque!

(La giovane studiosa richiama i presenti all’attenzione il fatto che in Russia 5 è il voto massimo!)

MARIA LATERZA, che si muove come una silfide tra le quinte e il palcoscenico che è diventata quel giorno la sua libreria, suggerisce i nuovi scrittori russi, tra cui Ludmilla Ulitskaya, Una storia russa, e segnala in particolare il libro di una scrittrice russa, (Bompiani) recensito proprio su D di Repubblica del giorno, che racconta di tre giovanissimi ragazzi, della loro crescita; poi ancora una donna Ljudmilla Petrusevkaja C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina (ci legge un estratto).
Bisogna dire che il tratto di questo primo incontro delle Laterziane è caratterizzato dalla molteplicità di volti, voci, interventi, letture, ma soprattutto canali e codici diversi.
Non ci meravigliamo se la Presidente, GABRIELLA CARUSO introduce a sorpresa un video stupendo del ballerino sublime Rudolf Nureyev, il balletto La bella addormentata nel bosco sembra risvegliare i sensi di tutti i lettori/spettatori ai quali si consiglia, tra l’altro, la lettura di Biografia di un ribelle (di Bertrand Meyer-Stabley, edizioni I Quarzi, grandi Biografie), documentata e appassionante che riporta alla luce episodi inediti della vicenda esistenziale ed artistica del più grande ballerino del 900. Coreografo, avventuriero, dandy, lavoratore instancabile, a sedici anni dalla sua scomparsa continua ad esercitare un fascino cui è difficile sottrarsi. La sua vita stessa assomiglia a un romanzo, in cui bellezza, talento, ribellione, nostalgia e solitudine si intrecciano: dalla nascita su un vagone della Transiberiana sperduto nelle steppe russe nel 1938, al rocambolesco e fortunoso passaggio all’Ovest nel 1961, dal sodalizio professionale e sentimentale con la celebre étoile Margot Fonteyn, alle innumerevoli relazioni omosessuali con famosi artisti e sconosciuti incontrati nelle grandi città, dal successo travolgente sui palcoscenici di tutto il mondo, fino all’incarico di direttore della danza all’Opéra di Parigi, alle performances come direttore d’orchestra, e alla morte avvenuta per aids nel 1993.
Si prosegue poi con la proiezione di alcuni minuti di un video che incolla occhi orecchie e cuori per la sua intensità: è la voce di Carmelo Bene che recita In mortedi Esenin del poeta Majakovskij , Quattro modi di morire in versi. L’intervento è del bravissimo professore di geografia LUIGI STANZIONE ( Università Basilicata), di cui già le Donne in corriera avevano apprezzato le doti oratorie durante l’interessantissima lezione di geografia al Dipartimento delle Culture Europee e del Mediterraneo di Matera il mese scorso. Nel testo magistralmente interpretato ci colpisce con un excipit che recita: In questa vita morire non è arduo. Vivere è assai più complicato.
Si è trattato di un omaggio ai poeti russi del ‘900 e, indirettamente alla nostra regione: Carmelo Bene era nato a Campi Salentina.Mentre prende faticosamente appunti, ROBERTA MONACO (chi scrive nda), sceglie un poeta, Josif Aleksandrovič Brodskij, perché come lui considera la poesia «uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione del mondo». Brodskij, in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura (1987) il più giovane vincitore fino a quel momento (47 anni), pronuncia un incantevole discorso, “Un volto non comune”, contenuto insieme ad altri due nel piccolo volume pubblicato da Adelphi, Dall’esilio.
La sua è una storia molto più che travagliata. Dissidente del regime sovietico, è bandito dal Paese, dove è stato costretto a lasciare i carissimi genitori che non rivedrà mai più. E’ un ebreo (dice di sé “Un cattivo ebreo” perché in parte cristiano). E’ nato nel 1940 a Leningrado (da madre traduttrice e padre fotografo), ma scrive in inglese, è naturalizzato americano. Ha due macchine da scrivere: una verde con i caratteri cirillici, una blu con i caratteri latini.
Esordisce scusandosi per l’imbarazzo che prova, sensazione «aggravata non tanto dal pensiero di coloro che qui mi hanno preceduto quanto di coloro cui quest’onore non è toccato, cui non è stata data questa possibilità di parlare urbi et orbi». Si scusa addirittura per quanto si accinge a dire, invoca il perdono delle cinque “ombre” che lo turbano di continuo, i cinque autori dai quali si sente influenzato in massimo grado: Osip Mandel’štam, Marina Cvetaeva, Robert Frost, Anna Achmatova e Wystan Auden. Subito si corregge: non sono ombre ma fonti di luce (lampade? stelle?). «Il loro numero è grande e decisivo nell’esistenza di ogni uomo di lettere consapevole; e nel mio caso raddoppia, grazie alle due culture alle quali il destino ha voluto farmi appartenere».
Decisivo. Si perché le letture che un uomo ha fatto, in un momento o nell’altro della sua vita, a proposito o a sproposito, salteranno fuori: influenzeranno concretamente la sua vita. Il bello della letteratura è questo: che si nutre dell’umana diversità (e perversità). Si fa letteratura dell’assoluta e irriducibile singolarità di ognuno, della vita assolutamente singolare che ognuno di noi è chiamato a vivere. L’arte tutta «stimola nell’uomo, volente o nolente, il senso della sua unicità, dell’individualità, della separatezza, trasformandolo da animale sociale in un “Io” autonomo». Questo intendeva Baratynkskij quando attribuiva alla propria Musa “un volto non comune”: è questo che la letteratura cerca e insieme offre, è da questo che sgorga ed è questo che produce.

SANDRA SAPONARO ci consiglia due libri, forti e di grande impatto (il primo in particolar modo) in cui tornano i fantasmi della guerra e della povertà. Il libro di Svetlana Aleksievic, giornalista bielorussa vincitrice del Nobel per la letteratura nel 2015 si intitola La guerra non ha un volto di donna e racconta la Seconda guerra mondiale dal punto di vista delle giovani russe chiamate a difendere il loro Paese dai Tedeschi. Le testimonianze raccolte raccontano una guerra ancora più carica di sofferenze di quella degli uomini perché la donna per sua natura è colei che dà la vita e per la quale quindi dispensare la morte risulta ancora più tragico e doloroso. Le confidenze e i rimorsi di queste donne emergono allora nella loro tragicità dopo essere state a lungo nascoste a causa della propaganda del regime per il quale la guerra doveva essere ricordata solo come la guerra dei vincitori e degli eroi. La scrittrice non interroga, non pone domande, non rielabora ma si limita a creare un clima di intesa e di amicizia con queste donne e ad assemblare i loro racconti dai quali emergono i sentimenti e le emozioni rimasti impigliati nei ricordi di vicende di compassione, amore, eroismo e umana fragilità.
Il secondo libro Il fantasma di Alexander Wolf di Gaijto Gazdanov racconta la storia di un giovane russo arruolato nell’esercito dei bianchi durante la guerra civile che per legittima difesa si trova a dover uccidere un suo avversario. Convive per il resto della sua vita con questo rimorso finché non gli capita tra le mani il libro di un autore inglese, Alexander Wolf, che racconta lo stesso episodio di quella sparatoria ma dal punto di vista del soldato colpito che evidentemente si è salvato. Comincia così la ricerca di questo nemico che porterà i due uomini ad affrontare entrambi i fantasmi del loro passato fino allo scontro finale. La trama è avvincente, è un giallo con i toni del noir che diventa anche romanzo interiore del narratore e dell’autore stesso che ha affrontato le stesse vicende del protagonista e come lui è tormentato da sensi di colpa e interrogativi scaturiti dalla dolorosa esperienza della guerra.
ROSANNA QUAGLIARIELLO ci propone un grande classico: chi non ha letto La morte di Ivan Illic del grande Tolstoj? La scrittura dei sentimenti universali, delle sensibilità di cui gli esseri umani sono composti, le vie maestre del nostro essere. Quando leggiamo libri come La morte di Ivan Il’Ic riconosciamo l’odore della paura, il colore della compassione, il suono della solitudine, e nell’istante in cui Ivan comprende la morte, «finita è la morte», Ivan siamo noi, e con lui, quando spira, traiamo l’ultimo respiro.
Una letteratura classica, sterminata, certo, quella di Lev Tolstoj, ma nella sterminata produzione tolstojana c’è sempre qualche piccola gemma da scoprire o riscoprire. Questo testo, che ci leggerà e che pare quasi del tutto sconosciuto in Italia, è una sorta di breve testamento spirituale, lasciato dal grande scrittore tre anni prima di morire. E’ un testo straordinario, che meriterebbe di essere scolpito nel cuore di ognuno, e di essere condiviso il più possibile e meditato.
Prima di dirvi addio (e alla mia età ogni incontro è un addio) vorrei dirvi in breve come, secondo me, gli uomini dovrebbero organizzare la loro esistenza, affinché essa cessi di essere miserabile e sventurata, come è oggi per i più, e divenga invece quale dovrebbe essere, quale Dio la desidera e tutti noi la desideriamo e cioè buona e lieta.

Tutto dipende da come uno concepisce la propria esistenza. Se uno pensa: tutta la vita è nel mio corpo, cioè il corpo di Ivan, Pietro, Maria e lo scopo della vita consiste nel procurare la maggior quantità di piaceri e soddisfazioni a questo mio io, cioè a Ivan, Pietro, Maria, allora la vita sarà sempre e per tutti infelice e amara.

Essa sarà infelice e amara, perché tutto quello che ciascuno vuole per sé, lo vogliono anche tutti gli altri per loro. Se ciascuno vuole ogni genere di beni materiali per sé e nella maggior quantità possibile, siccome questi beni sono limitati, essi non saranno mai sufficienti per tutti. E perciò quando gli uomini vivono, pensando ciascuno solo a se stesso, non possono fare a meno di portarsi via l’un l’altro questi beni, di lottare ed essere nemici tra loro: per questo la loro vita diviene infelice. La vita ci è stata data perché sia per noi un bene e noi questo ci attendiamo da lei. Ma perché sia così, dobbiamo capire che la vera vita non è nel corpo, ma in quello spirito che abita dentro il nostro corpo, dobbiamo capire che il nostro bene non consiste nei piaceri del corpo e nel fare ciò che chiede il corpo, ma nel fare ciò che esige quell’unico spirito, che abita in tutti noi.

Questo spirito vuole il suo proprio bene, cioè il bene dello spirito, e poiché questo spirito è il medesimo in tutti, esso vuole il bene di tutti gli uomini. Desiderare il bene degli altri, significa amarli. E nulla può impedirci di amare e più si ama, più la vita diviene libera e felice.

Di conseguenza gli uomini, per quanto facciano, non sono mai in grado di soddisfare i loro desideri materiali, perché ciò che serve al corpo non sempre è possibile procurarselo e per procurarselo bisogna lottare contro gli altri; al contrario, l’anima, che ha bisogno solo d’amore, può essere soddisfatta facilmente: per amare non dobbiamo lottare contro nessuno, anzi più amiamo, più andiamo d’accordo con gli altri.

Nulla poi ostacola l’amore e più uno ama, più diventa felice e allegro, non solo, ma rende felici e allegri anche gli altri. Ecco, cari fratelli, quello che volevo dirvi, prima di lasciare questa terra.

Al giorno d’oggi si sente dire da ogni parte che la nostra vita è amara e infelice perché mal organizzata, dobbiamo trasformare le strutture sociali e la nostra vita diverrà felice. Non credete assolutamente a ciò, cari fratelli !

Non illudetevi che l’una o l’altra struttura sociale migliorerà la nostra vita. Intanto, tutte queste persone, che si stanno impegnando per migliorare l’organizzazione della società, non sono d’accordo fra loro. Gli uni propongono un progetto come il più adatto, gli altri affermano che quello è pessimo e che solo il loro va bene, i terzi bocciano anche questo e ne propongono uno ancora migliore.

Poi, anche ammettendo che si trovasse l’organizzazione sociale ideale, come farla accettare da tutti, e come realizzarla, se la gente è piena di vizi ?

Per costruire una vita migliore, devono divenire migliori i singoli individui.
(LEV TOLSTOJ ‘Amatevi gli uni gli altri’, 1907)
A seguire, una lettura toccante legata al tragico episodio di Cernobyl, traspare la sua commozione nel leggere dei passi del bellissimo monologo su un paesaggio lunare tratto da Preghiera per Cernobyl, di Svetlana Aleksievic e la lettera di un padre al suo mostricino ma comunque amato, con una bocca che arriva fino alle orecchie che però non ci sono…

BEATRICE GRECO ci riporta a un classico russo dell’autore Gogol, Il cappotto, un racconto tra i piu’ significativi della sua fantasia figurativa smisurata e della sua visione surrealista del mondo. Curiosamente nella prefazione del libro, a cura di Filippo La Porta, si legge che da Gogol discendono coerentemente Kafka, con la rappresentazione satirico-grottesca della burocrazia e Paolo Villaggio coi sui Fantozzi e Fracchia, impiegati sfigatissimi, perdenti e frustrati.

MARIELLA FANCIANO non può fare a meno di citare il poeta Il Dottor Zivago, Omar Sharif…
ed aggiunge un libro molto triste, Il quinto angolo, pubblicato nell’89. Il leit motif è la storia dell’amore tormentato con Kasia, nello sfondo 50 anni di storia russa, le persecuzioni, il male…
Ma alle donne in Corriera piace finire in bellezza e dunque la Presidente omaggia gli invitati con la piccola corriera, oggetto simbolo della nostra Associazione e la borsa in tela con il logo che ci caratterizza, con la speranza che questi incontri siano sempre così appassionanti e appassionati e le borse piene e pesanti di libri interessanti!
Appuntamento a sabato 19 marzo, stessa ora, stavolta con gli scrittori nordafricani e il geografo RAFFAELE CATTEDRA dell’Università di Cagliari.

Altri articoli di Racconti & Commenti

Scopri altre testimonianze e storie che raccontano emozioni, percorsi e momenti condivisi.


Parlano di noi

Scopri cosa scrivono di noi giornali, riviste e amici della cultura.