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Racconti & Commenti  •  25 Luglio 2025

Commento post visita al Lanificio Leo, a cura di Roberta Monaco

Roberta Monaco condivide la sua riflessione dopo la visita al Lanificio Leo, avvenuta durante il viaggio studio in Calabria dal 4 al 6 luglio 2025.
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“An ancient future”: Lanificio Leo duemila anni e non li dimostra!

di Roberta Monaco


Un antico futuro: è questo l’ossimoro con cui termina la sintetica brochure che prendo e custodisco gelosamente, dopo la bellissima visita al LANIFICIO LEO, in via Cava 43 a Soveria Mannelli (Cz), borgo ai piedi del monte Reventino, a più di settecento metri dal livello del mare, dove un foltissimo gruppo dell’Associazione Donne in Corriera si è recato il 5 luglio alle 16 di pomeriggio per una visita culturale guidata in Calabria, rigorosamente in Corriera, fortemente voluta dalla Presidente Dott.ssa Gabriella Caruso . Continuo ad osservare il dépliant dal colore sobrio e raffinato (celeste carta da zucchero, avio), e mi soffermo sul disegno che lascia spazio all’immaginazione – in basso a destra un piccolo agnello, il logo del brand – poi i ricordi di quel posto magico (nato nel 1873!) si fanno più nitidi, come i colori dei manufatti esposti ma toccati troppo velocemente per non togliere tempo alla presentazione da parte dell’architetto Emilio Leo, nipote del fondatore, direttore artistico e titolare del lanificio.

Insomma, da dove cominciare? Cosa spinge un gruppo di quasi 50 persone a visitare in una calda giornata estiva un lanificio della Calabria? Non basta dire che è la più antica fabbrica tessile della Calabria, eppure con una vision non convenzionale, ma forse proprio la bellezza e la verità di una Storia fatta di storie, che dimostra come tradizione e innovazione possono coesistere, e che è importante raccontarle. A dire il vero è bravissimo Emilio Leo nella sua narrazione, non solo con gli occhi dell’architettura, ma con le parole giuste. Cerco di appuntarne alcune: treno di cardatura, ordito a sezione, imbarco e messa a telaio, telaio a liccio, telaio verticale, orditoio a sezione, torsione, fusi giro, grana, filanda…

“Un frantoio della lana” così chiama questo luogo dell’anima, fondato a Carlopoli nel 1873, dove tradizione e tecnologia vanno a braccetto, conoscenza produttività ed esperimento crescono insieme, “un hub di design contemporaneo dove un monumentale parco di macchine storiche si integra con tecnologie di ultima generazione”, dove il savoir faire si declina nel faire savoir … Saper fare e far sapere, diffondere e disseminare buone pratiche. Questa capacità la ritroviamo nella persona che ci accoglie, che ci racconta e ci mostra, ci accompagna e ci “dimostra” facendoci toccare materiali e trame, tessuti e telai, simulare addirittura le procedure con alcuni strumenti e strumentazioni funzionanti nonostante il passare degli anni, pardon, dei secoli… Una curiosità: Mannelli, nome del luogo dove ci troviamo, è riferito ai “ manni ”, antichi arnesi d’artigianato, fatti di legno e utilizzati per la tessitura del lino. Ed Emilio Leo ci fa spostare, mette in azione i macchinari (conserva inoltre una collezione assai preziosa di circa 300 calchi di fine Ottocento), ci fa immaginare, ci fa sentire il rumore del lavoro artigianale, qui la lana nelle sue mani sembra zucchero filato, i colori e gli accostamenti sono originali, le collezioni di alto valore artigianale. Ça va sans dire, la partecipazione è sentita e le domande sgorgano tra i … ventagli delle Donne in Corriera . La caratteristica, l’originalità, la peculiarità di questo luogo è l’aver coniugato impresa e cultura “testimoniando così che l’impresa genera profitti ma il benessere di una comunità dipende anche dal grado di civiltà culturale che riesce a raggiungere”.

L’operosità e il desiderio non bastano, se manca uno sguardo lungimirante d’impresa. Questa azienda-museo è un esempio significativo della messa in moto di un meccanismo dinamico e culturale attraverso il quale l’identità può raccontarsi ancora. La vocazione identitaria del borgo, la morfologia del territorio con la bellezza e il carattere della montagna, le pecore di razza, cosiddetta Gentili e dalla quale si ricavava una lana pregiata tipo  merinos , da essere necessità si fa virtù, un “autentico disegno di industria” che ha seguito nell’arco dei secoli le trasformazioni antropologiche, sociologiche ed economiche di un mondo contadino in transizione verso una realtà imprenditoriale, un museo d’impresa, che può cambiare il volto di una regione come la Calabria e distruggerne gli stereotipi negativi. I numerosi riconoscimenti e premi ricevuti testimoniano d’altronde che scommettere sulla creatività e sulla produttività, sulla qualità del lavoro che può dar vita ad una produzione tessile esclusiva, può farci immaginare, come Emilio Leo fa, finanche il lavoro come una danza, perché il telaio della rivoluzione industriale o il telaio intelligente hanno lo stesso paradigma, poi la tensione del suono, che quasi ci sembra di ascoltare, proietta in una realtà, un modello di gestione originale, un brand a vocazione internazionale, quella del Lanificio Leo, dove, uscendo e osservando l’insegna, LEO, potremmo considerarla un acronimo: L ana E O ltre . Molto oltre.

 

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