
Anatomia poetica e natura vivente nei versi di Gemma Patscot
di Roberta Monaco
Il 10 marzo alle 18,30 alla Biblioteca Ricchetti Le Donne in Corriera presentano il libro di poesie di Gemma Patscot Ricordo che c’erano fiori. Piccola terapia poetica in quarantasette passi (Affiori, Perrone Editore, Roma, 2025, pp.69, euro 16). Dialoga con l’autrice Roberta Monaco. Letture di Gilda L’Arab.
Non solo perché si avvicina la Primavera, e perché marzo è il mese della Poesia, ma anche per riagganciarmi al titolo del libro Ricordo che c’erano fiori, io ricordo tra le curiosità che ho letto, che il grande poeta Rainer Maria Rilke amava coltivare le rose, ne raccolse alcune per Nimet, graffiandosi, da questo incidente, decisivo, gli fu diagnosticata la leucemia e morirà a fine anno “ucciso da una rosa”. Sembra un ossimoro … Coco Chanel invece amava le camelie, e tu Gemma, nomen omen, verrebbe da pensare, quale fiore prediligi? Quale stagione?Quali hanno ispirato i tuoi versi?
Amo i fiori che non si regalano, quelli che si guardano incantati senza possederli: i fiori degli alberi da frutto, dei pruni, dei mandorli, dei ciliegi, dei peschi, degli albicocchi. Adoro quella forza e quella bellezza inaudita nelle campagne quando intorno è ancora pieno inverno.
Se si guarda l’architettura interna del libro, le tue poesie non hanno titoli ma solo numeri. La prima (l’alfa) e l’ultima (l’omega) la n.47 sono le uniche poesie di cui hai deciso la cronologia. Puoi spiegare questa scelta, per così dire, strutturale? Quando mi regalò la prima versione del libro le poesie erano 40 e non 47 e mi colpì il fatto che tutte le poesie fossero con foto scattate dall’autrice. Insomma si possono scrivere poesie anche con la macchina fotografica ….
Raramente le mie poesie nascono con i titoli; la maggior parte delle volte spuntano come macchie di luce o di ombra, dare loro un nome mi sembrerebbe tradirne l’impalpabilità, l’inconsistenza, a volte l’ermeticità, e la loro scarsa importanza. Il numero 40 mi è caro perché riporta al silenzio, al digiuno, alla solitudine, all’attesa, al seme al buio prima di aprirsi alla luce. Il 7 è uno dei miei due numeri, insieme al 5. Sono numeri dispari, che io prediligo per il loro essere spaiati, imperfetti in qualche modo, per essere i numeri delle ore delle mie veglie notturne e per essere, appunto, in primis, i numeri legati al mio nome e cognome e, forse per questo, chissà, ricorrenti nella mia vita (le targhe delle mie macchine, i miei numeri di telefono …).
Tra i temi ricorrenti che questi versi riverberano ci sono: la solitudine (“la solitudine è una giacca morbida quando nel bosco rinfresca”), il ricordo, il tempo (“il tempo e il ricordo//mostri mai morti”), l’armonia, la nostalgia, il dolore, l’amore … c’è qualcosa che ho tralasciato? Ad esempio il labirinto è una parola chiave, si ritrova anche nella sinossi del libro, può diventare tema? Penso qui al tema della perdita e tu nei ringraziamenti fai riferimento alla perdita di tua madre che interpelli e chiami mami.
C’è un libro di Márquez a cui mi rimanda sempre la parola labirinto: è Il generale nel suo labirinto, che parla del grande eroe “libertador”, Simon Bolivar, nel labirinto dei ricordi, della vecchiaia, della malattia, della disillusione. Questa parola magnifica, che fa riferimento a quel palazzo di Cnosso edificato da Dedalo per il Minotauro e al filo di Arianna usato per uscirne, rimanda al garbuglio, alla complessità, fisica o mentale, da cui non riusciamo ad uscire, in cui siamo spesso rinchiusi. Anche i personaggi più “vincenti” come il generale Bolívar si muovono ad un certo punto in questi antri cavernosi che si attorcigliano intorno a lui.
Il tema del dolore – quel velo di tristezza che accompagna, più o meno silenziosamente, la vita di tutti, i segni delle ferite nelle anime di ciascuno – a volte rende particolarmente difficile vivere il distacco, il volo, la pienezza del presente, proprio come un labirinto. Tuttavia, ognuno deve trovare il suo filo per uscirne, a volte si ha bisogno di un aiuto, di un’Arianna, a volte ci si affida alla pervicacia, alla forza nel continuare a camminare per tornare a vedere il fuori. Pur nel dolore, credo fermamente nel tendere verso la luce, verso una pur piccola finestrella, come sanno fare le piante; non sempre è necessario raggiungere una vetta, ma abbandonare il labirinto, sì, e quel sottile farsi male.
E mia madre di fronte alle mie fragilità e ai miei labirinti è sempre stata un coach inarrivabile; per me è sempre un riferimento, l’esempio a cui guardare, una vera forza della natura.
“Il poeta, come l’attore, presta se stesso per raccontare il mondo”, cosa ne pensi? Può la poesia avere un valore, per così dire, cognitivo? Io ho imparato molto dalla tua poesia, direi che tu possiedi davvero una “dotazione espressiva”! D’altronde è vero che i limiti del nostro mondo sono i limiti del nostro linguaggio (Wittgenstein), insomma, “meno parole possiedi meno pensieri riesci a elaborare (Galimberti), o per attualizzare cito Emanuele Trevi “La letteratura è uno strumento di conoscenza”.
Temo di non essere nemmeno lontanamente all’altezza del compito altissimo della poesia di raccontare il mondo. Vorrei essere però -orgogliosamente aspiro a esserlo- un’artigiana della parola come reale strumento di comunicazione con gli esseri umani, parola come cibo, come pane, come nutrimento e non come “ascia a doppia lama” (per tornare a un’altra etimologia della parola labirinto). Per me, lo scopo della parola poetica risiede proprio nell’indicare un modo di pensare le cose, mentre racconta di un’emozione. È trasformare la materia grezza di cui sono fatti i pensieri e gli accadimenti in comunicazione pura, e, attraverso di essa, in scoperta di sé e del mondo, in tanti casi in arte. Come Gabriel Celaya in “La poesia è un’arma carica di futuro”, anch’io vedo la poesia come un arnese, una lente di ingrandimento, uno strumento che, se ben utilizzato, può illuminare la nostra visione della realtà e, quindi, produrre un piccolissimo cambiamento nel mondo. Questa è la mia aspirazione; anche se non so se riuscirò nell’intento, sarà molto interessante dedicarcisi.
Ti ricordo come una docente che si è sempre occupata di formazione, da vera esperta di formazione digitale sei stata preziosa durante gli anni del Covid perché ci hai addestrati, alfabetizzati a livello delle nuove e complesse tecnologie digitali che invadevano e salvavano la scuola … direi operazione “salvavita” (ho capito da poco, con Vittorio Parsi il senso del termine). Ora non la penso così forse, ma ti chiedo, alla luce di alcune letture recenti: cosa pensi dei poeti che sfidano l’algoritmo, ovvero non scrivono poesie con ChatGpt (“ho chiesto a chatgpt di scrivermi una poesia alla Pascoli: le rime c’erano ma dicevano niente”dice Gian Luigi Beccaria), insomma, l’Intelligenza Artificiale può cambiare il modo di raccontare e persino di creare? Anch’io sono diventata malfidente perché stanno distruggendo la capacità creativa …. allora, è davvero la fine di un’epoca … poetica? In un’intervista il premio Nobel Giorgio Parisi afferma che “oggi l’IA sa interpretare un testo, parlare, rispondere alle domande. Ma non va oltre l’uso del linguaggio e si dice che la sua conoscenza del mondo fisico che ci sta intorno sia peggiore di quella di un topo. Alquanto sconfortante!
La tecnologia è fondamentale in questo momento storico, sarebbe assurdo negarle questo protagonismo nella nostra vita. Da quando sono diventata, diciamo, un’“esperta”, nel mio piccolo, mi è stato chiaro il fatto che per me, che mi occupo di scienze umane – lingua, letteratura, didattica- la tecnologia non fosse altro che un formidabile strumento e che come tale andasse usato. Se l’IA mi può aiutare a fare una relazione su qualcosa o creare velocemente un logo, un disegno, la benedico: meno tempo dedico alla tecnica, per me umanista, alla forma “scenica” in cui presentare un contenuto, ad esempio, più posso dedicarmi al contenuto e alla sua forma intrinseca, propria, in sintesi, a fare il mio lavoro, quello che so fare con le mie capacità. La tecnologia mi serve per fare ciò che non so fare e che è propedeutico alla veicolazione o applicazione del mio sapere: io la vedo così. Per non parlare dei grandi passi in avanti nelle scienze applicate per il progresso nei campi più disparati. L’IA, non il mero chatgbt gratuito che usiamo e che, a volte, è un po’ scemo, può fare molto per l’umanità. Chiaramente, se io devo imparare qualcosa, se devo migliorarmi nella scrittura, nell’apprendimento di una lingua, nella traduzione, nel calcolo, allora devo farla io quella cosa, male ma poi sempre meglio, applicare me stessa, non rivolgermi all’IA; il miglioramento, l’apprendimento, sono solo il frutto di infiniti tentativi sbagliati. Non posso saltare i passaggi. E se uso l’IA salto tutto il processo di apprendimento, vado direttamente al risultato come un’operazione matematica, ottengo un risultato meccanico, senza l’apporto della immensa quantità di conoscenze, esperienze, ricordi, vissuti che mi porto dentro e che anche l’IA meglio addestrata non può possedere. Come per la fine dei libri cartacei con l’avvento degli ebook, anche per la fine della scrittura poetica e della letteratura come si è sempre fatta, spremendo il proprio cervello, a causa dell’avvento dell’IA, non c’è partita, come dice Beccaria.
Quali sono i tuoi poeti preferiti e perché? So che è una domanda banale, ma a me piace conoscere poeti e poete (POETA è una parola senza genere, come ATLETA) che non conosco e conoscere meglio l’animo tuo anche attraverso le scelte letterarie personali …
Da studentessa ho amato le poesie di Leopardi o la poesia sonora dei Canti di Castelvecchio di Pascoli, e poi Pavese e il suo dolore e Ungaretti, Montale, Quasimodo: con quella poesia sintetica, moderna, ermetica, mi sono sempre trovata a mio agio. Non è un caso che la mia prima poesia pubblicata, oltre due decenni dopo, sia di tre versi. Poi sono arrivate le letterature straniere: i versi di Silvia Plath e di Yeats strimpellati alla chitarra inventandomi canzoni e le letture sublimi di Emily Dickinson (“La Bellezza non ha causa: esiste. Inseguila e sparisce. Non cercarla e appare”). E, da più adulta, la lingua e letteratura in lingua spagnola, che insegno: dalla poesia perfetta del Siglo de Oro alle profondità della poesia del novecento. La lista è troppo lunga, ma cito Góngora, Quevedo, il sublime Bécquer e poi Machado, Neruda, Lorca, Hernández, Cernuda, Aleixandre, Rosales e, fuori dalla lingua spagnola, due nomi: Caproni e la visione poetica di un non poeta come Raffaele La Capria -un mito per me-. Fino alle poetesse come Rosalía de Castro, Ernestina de Champurcín, Pizarnik, e poi Cavalli, Candiani, Pozzi, Gualtieri.
Mi sono nutrita di poesia sempre, anche attraverso la narrativa e la drammaturgia, in tutti i libri letti nella mia vita.
In Turchia si dice che se parli una lingua sei una persona, se ne parli due sei due persone … è un arricchimento. Sei d’accordo? Pensi che i poeti linguisti come te (e mi ci metto pure io col mio amato francese) abbiano per così dire, una marcia in più?
Sì, sono convinta che più lingue si parlino, più conoscenza del mondo e apertura mentale si abbia; per deformazione professionale, mi capita spessissimo di chiedermi come si dice una particolare parola o una particolare espressione e modo di dire italiano in spagnolo e viceversa: è un gioco formidabile per tenere allenata la mente. Ma sono anche diversi modi di guardare il mondo, di raccontarlo; pezzi di racconti di mondo che moltiplicano la nostra visione del mondo, il nostro punto di vista. L’altro è sempre un arricchimento.
Dalla lingua spagnola che ami e insegni, alla lingua madre che parli, alla lingua degli ideogrammi: mi spieghi l’incipit in giapponese della poesia 27 pag.40 che inizia col verso “Dove sei stato posato, fiorisci!”?
Dove sei stato posato, fiorisci. Okareta basho de sakinasai. È un proverbio giapponese, appartiene a quella straordinaria cultura a cui ho sempre guardato con ammirazione e di cui, per qualche mese, ho studiato la lingua, con scarsi risultati, purtroppo – lingua difficilissima e molto, molto interessante-. Si tratta di una frase probabilmente molto utilizzata nei libri per lo sviluppo e il successo personale, tipica dei libri di coaching, credo; le mie poesie non sono questo, ma in un certo senso vi si avvicinano, come tutta la letteratura: portare ad un qualche miglioramento nel lettore. Credo che il pensiero contenuto in questa frase parli di quel trovare il modo di uscire dal labirinto di cui parlavamo prima e, pertanto, essa rappresenta un proposito e, insieme, un conforto, una terapia.
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