Skip to main content
Racconti & Commenti  •  21 Dicembre 2023

Commento post incontro con Stefano Moscatelli, a cura di Regina Sassanelli

Ecco il commento della nostra Regina Sassanelli post incontro con Stefano Moscatelli.
CONDIVIDI:

Non è facile leggere l’opera di un ragazzo che si è conosciuto all’età di due anni e che si è visto giocare per casa con i propri figli dai tempi dell’asilo, e poi si è rincontrato fra i corridoi del liceo a vestire i panni di rappresentante degli studenti, sempre con la stessa curiosità per l’umano che mostra pienamente nella scrittura di questo lungo racconto di cui oggi parliamo; non è facile perché viene spontaneo sovrapporre alle immagini generate dalla lettura, quelle generate in automatico dalla memoria, che ti fa dare al protagonista, che è la voce narrante, il volto e le fattezze dell’autore, errore da non commettere, perché la tentazione dell’autobiografismo non deve intrappolare né chi scrive né chi legge. E infine non è facile, perché si potrebbe cadere in due opposti e altrettanto fallaci filtri della valutazione: l’incanto di sopravvalutare il lavoro di chi si ama, e il disincanto del “nemo profeta in patria” che porta alla diffidenza a priori verso un prodotto nato troppo vicino a chi ne fruisce.
E dunque, oscillando fra queste difficoltà ho provato con onestà a leggere fin dall’estate 2022 il manoscritto di questo racconto, e l’ho trovato interessante, nel senso etimologico del termine. Poi l’ho riletto e l’ho trovato, sempre etimologicamente parlando, stupefacente. Stefano Moscatelli mi ha stupito, perché non ci si aspetta da uno scrittore così giovane una simile profondità introspettiva, e anche una scaltrezza narrativa tale da consentirgli di costruire un testo che funziona, parlando con franchezza a qualsiasi lettore, che può piacevolmente seguire lo sviluppo della storia, e strizzando l’occhio ai lettori meglio attrezzati, che all’interno di una trama volutamente scarna, ritrovano echi stilistici e strutturali di tanta narrativa del Novecento.
Fra le pagine di “ è questo il luogo” si incontrano i ragazzi di vita di Pasolini, i postriboli di Roman Gary, i dolori del giovane Holden, cullati da una lingua che è insieme poetica e tragica, che accosta ai nomi gli aggettivi più sorprendenti, che personifica i luoghi e le cose, reificando le persone ed umanizzando gli oggetti in uno stile che privilegia le descrizioni e le rende un punto di forza della narrazione.
Il narratore autodiegetico ci racconta una stagione del suo soggiorno romano, per la precisione l’autunno del 2020, e si apprezza l’omissione della parola covid dal libro, sebbene le atmosfere cupe e rarefatte di molte situazioni alludano alla profonda noia del lockdown impressa a fuoco nell’animo dei personaggi. Il protagonista è uno scrittore alla ricerca di una storia per le strade di Roma, che lungamente percorre a partire dalla gaddiana Via Merulana, dove lavora part time come garzone del bar di Momo, e da cui si dipanano le sue lunghe passeggiate che faranno sognare i lettori innamorati della capitale, la città dei papi e dei romani, dei fasti, dei fasci e dei ruderi. Non abbiamo un nome per il protagonista: lo vediamo vivere, entriamo nei suoi pensieri (Stefano padroneggia bene la tecnica del flusso di coscienza) , conosciamo con lui tre pischelli disagiati la cui frequentazione egli si impone in maniera autolesionista con spirito un po’ di volontariato e un po’ di palombaro della psiche, lo osserviamo vivere una storia inutile con una ragazza di cui conoscerà il nome solo alla fine della loro relazione [NOMI] .
Il protagonista più che vivere realmente guarda vivere se stesso, filtrando le sue giornate con la lente della letteratura che lo rivela come narratore nutrito di narratori, e inchioda il racconto alla sua vera natura e alle sue responsabilità di testo metaletterario, che parla della impasse di uno scrittore, della sua incapacità di trovare una storia, dei suoi tentativi fallimentari di scrivere. Ed ecco che questa storia senza storia rivela in sé il marchio della letteratura novecentesca, come luogo paradigmatico dell’inutile, dell’ inettitudine, dello straniamento, della noia e del disagio esistenziale [p. 122]
Il narratore è uno “straniero” che si muove per le strade di Roma e nei ricordi per quelle di Parigi, nella speranza di divenirne un po’meno straniero, e camminando appoggia i suoi pensieri sul selciato, sui muri di travertino scrostato, sulle piazze coi monumenti , sulle pozzanghere, cercando rimedio ad una estraneità che è condizione ontologica, consustanziale all’essere del protagonista.
Eppure il lettore sa fin dal principio che il nostro inetto la sua storia l’ha già trovata. L’ha trovata nella consapevolezza di essere realmente uno scrittore, il che si configura un po’ da sempre come un danno o una malattia, e l’ha trovata nella consapevolezza del suo fallimento esistenziale, perché è finito nel dramma novecentesco del “chi scrive non vive” e “chi vive non scrive”. Non riuscendo a vivere, egli sa che dovrà scrivere per forza, e non riuscendo a scrivere sa che sarà costretto a vivere, ma imboccando la strada più lontana dall’utile, quella di dedicarsi all’aiuto gratuito degli ultimi, dei vinti, degli scarti della metropoli puttana che ogni tanto insegna, a chi sappia recepirla, la gioia della prestazione gratuita.
Il racconto alla fine si scopre essere lo specchio di se stesso, della propria nascita dalla conclusione di un capitolo deludente della vita di un blade runner dell’esistenza , che definisce se stesso come “rimandatore seriale”, “il più accanito dei cercatori”, “il più autolesionista fra gli esseri umani”.
Ma oltre ad essere definibile come metatesto, questo non può non dirsi romanzo di formazione, perché proprio nella conclusione, nella quale comprendiamo il titolo, riusciamo ad intuire che il
lungo itinerario di ricerca compiuto dal protagonista per attribuire un senso alle cose, ma soprattutto a sé stesso, trova proprio a Roma il suo compimento. Nella mancanza di luce della notte
romana emerge una sorta di verità, che definire certezza sarebbe troppo, e che nessun calcolo razionale avrebbe mai potuto rivelare e cioè che Roma coincide con il presente e che il presente,
come la Città eterna, è abitabile e va abitato nonostante tutto. Sicché il titolo, “ è questo il luogo” che ci era parso sulle prime antifrastico, ironico e onirico data l’incapacità del protagonista di trovare un luogo giusto per sé, e data la difficoltà di poter definire Roma come luogo accogliente, per la sua natura polisemica di non luogo, che si rivela facilmente , come leggiamo nel primo capitolo, ma che altrettanto facilmente si ammanta di buio, come leggiamo in tutto il resto del racconto, alla fine ci sembra l’approdo a una speranza, la chiusura a cerchio di un libro che ha seminato chicchi di luce in una profonda notte, che ci ha regalato sorrisi, risate sornione come l’espressione del suo autore, speranza grazie alla quale finalmente il narratore alla pagina 155 può tornare casa e sedersi a scrivere questa storia.

Altri articoli di Racconti & Commenti

Scopri altre testimonianze e storie che raccontano emozioni, percorsi e momenti condivisi.


Parlano di noi

Scopri cosa scrivono di noi giornali, riviste e amici della cultura.