
Scrivere e rin-tracciare le proprie rotte
di Roberta Monaco
Quando ho conosciuto Silvia Ugolotti al museo civico il 23 giugno per la presentazione del suo bel libro Non cercatele in salotto. Esploratrici, avventuriere, viaggiatrici: donne che hanno cambiato il mondo (ediciclo editore, 2026, pp.165, euro 20) ho provato istintiva attrazione sia per la persona sia per l’uso delle parole. Comincio dalla dedica che mi ha fatto sul libro “A Roberta, che ogni giorno sia una partenza”. Sembrava una frase tagliata addosso a me. Poi l’inizio della presentazione “Non abbiamo radici ma piedi”… ha completamente assorbito la mia attenzione.
A dialogare con lei è Alice Scolamacchia della Gazzetta del Mezzogiorno che la Presidente Gabriella Caruso accoglie come una risorsa nuova: “da oggi battezziamo questa giornalista che dialoga con e per le donne in corriera” augurandole una proficua collaborazione futura e un buon inizio. La giornalista Alice Scolamacchia la intervista lasciandola raccontare di epoche, mondi, mondi anche lontanissimi, “donne incredibili”, persone/personaggi, e le chiede subito quale è la molla che spinge le donne a viaggiare. Vita, progresso, le invenzioni, come la ruota, sono nate con il movimento, ed ecco che nella storia di queste viaggiatrici vediamo entrare un’altra parola che è quella di “civiltà “: grazie a loro, afferma l’autrice, il mondo è migliore, sono stati aperti varchi.
Il libro di Silvia Ugolotti si fa allora racconto corale, che attraversa i secoli, una dream team? che intraprende un cammino e merita la massima gratitudine. Alice confessa di aver messo troppi post it leggendo il libro, ma poi ha smesso … difficile sintetizzare infatti la vita di queste donne dai natali fortunati che tuttavia hanno fatto la scelta di non avere una vita comoda, ma avventurosa. Tra l’altro era difficile per loro gestire il patrimonio, tantomeno se avevano figli. Si annoiavano perché l’avventura era appannaggio maschile. Così alcune hanno smesso il ruolo rassicurante, prevedibile, ed hanno tracciato la propria rotta, la propria strada, hanno raggiunto se stesse attraverso il viaggio. Facendo ciò hanno scatenato critiche feroci poiché sono state considerate streghe, sciagurate, prostitute, “disturbanti”, e non semplicemente come donne che hanno intercettato i propri bisogni e li hanno trasformati in una visione da raggiungere. Insomma oggi le definiremmo influencer ante litteram, donne non con le gonne. Creature determinate che hanno sfidato il loro status, messo in crisi l’immaginario comune, fatto solo di uomini come Marco Polo (mi perdoni il caro Alessandro Vanoli che tanto ci ha aperto la mente su questi esploratori).
Insomma, per quanto il tema del viaggio sia parecchio battuto, con la Ugolotti si scopre davvero tanto. Ci aiuta in questo la giornalista che la intervista e dice subito che il libro si legge velocemente e apre rotte inesplorate, grazie a queste eroine, tante donne, “una sorta di squadra, di atlete fantastiche che non hanno avuto nessun allenatore”, come dirà l’autrice. Sono tante e ogni storia è movimento, ovvero quello che fa di un uomo un uomo che porta il progresso, come tutte le invenzioni importanti.
L’autrice intreccia storie e racconti, destini, a seguito di una ricerca lunghissima di cinque anni, animata dalla passione e dal suo mestiere. Il viaggio è dentro di lei da sempre, per lei è un’attitudine e uno stile di vita, una forma mentale.
Come nasce la scelta di scrivere questo libro? Un po’ per caso. Curiosità, le cose più belle avvengono per caso, durante un viaggio semplice a Madrid, in una libreria emozionante, strapiena e ipnotica, dove, inciampando si trova di fronte una ragazza a cui è caduto un libro (Viaggiatrici intrepide e avventuriere di Cristina Morató), un libro che parla di queste donne intrepide, avventuriere. Così, rapita, fa una sorta di “check in” alla cassa della libreria, fa la carta d’imbarco comprando il libro e pian piano si interessa a queste storie di donne strane, prorompenti, determinate, quasi mitologiche. Il progetto di scrittura cresce piano, una costellazione di storie da “masticare, sedimentare, fare uscire dall’ombra”. Stanare queste donne e riportarle dove loro volevano essere e non tra la polvere. Mescolarle invece alla polvere del mondo.
Non un dizionario, un’enciclopedia, ma un racconto corale dove tante storie potessero affiancarsi, che ci riportava dove queste tantissime donne sono state davvero. Faticoso selezionarle e non dare priorità a nessuna. Così nell’architettura del libro Silvia ha individuato tre temi o tematiche narrative: URGENZA (cioè il bisogno, lo scoppio tellurico), DISOBBEDIENZA (cioè la rottura, oltrepassare la linea rossa, i ruoli), VISIONE (la spinta, cioè la preparazione della parte adulta che partirà). Questi temi le riscontravo nelle loro vite, dice, SCONFINATE, come il titolo dell’ultima parte. Scommettere con se stessi è la cosa più faticosa, in un mondo che rema contro, saper reinventarsi, restare fedeli a se stesse è dura.
Sceglie per questi personaggi dei nomi complicati, impronunciabili anche per la giornalista, ma anche epiteti curiosi come la Sultana del deserto (Lady Hester Stanhope), Henriette d’Angeville La fidanzata del Monte Bianco, Amelia Earhart, la regina dell’aria … o Jeanne Baret, cresciuta in Francia nel Settecento, che come Giovanna d’Arco, deve travestirsi da uomo, ribattezzarsi Jean, nascondersi, donne che hanno fatto scoperte importanti che nessuno sa. La preferita? Domanda difficile perché ognuna lascia un tassello e riempie la vita. Forse Isabella Bird (nomen omen?) che affronta nell’Ottocento un viaggio in barca da Auckland a San Francisco mettendo a repentaglio la propria vita quando un uragano investe per un giorno intero la Nevada. Le piace questa donna perché trasforma una prescrizione medica in guarigione. Ci fa sentire la trasformazione fisica del viaggio! Affronta vari luoghi per curare i suoi malesseri. Nel movimento rifioriva. Ed è stata prolifica come scrittrice di viaggio. Il viaggio ci avvicina a quello che siamo e che vogliamo diventare. Una lezione di coraggio che, per ricordare Camus, insegna che ciò che dà valore al viaggio è la paura.
E l’autrice non nasconde che viaggiare è sempre una negoziazione tra libertà e rischio. ma queste donne hanno dimostrato che la determinazione non ha genere. Sono donne speciali, “macina mondo”, fotografe, flâneuses con l’obiettivo, hanno mappato territori, come Agata Christie che amiamo come giallista ma che viveva per viaggiare e viaggiava per scrivere, un’avventuriera, la prima donna a guidare e surfare … . Silvia Ugolotti sostiene che il viaggio è un’inclinazione del cuore, una fame antica, contribuisce a definire l’identità, e l’utopia serve a mettere sottosopra l’esistente, proiettando verso un altrove possibile. Appare scontata a questo punto la domanda sulla differenza tra turista e viaggiatore: il turista vede quello che è andato a vedere, cerca conferme, il viaggiatore accetta di non sapere, vuole smentite, vuole scoprire, è aperto alla meraviglia, accetta di essere disorientato (Chesterton: Il viaggiatore vede ciò che vede, il turista vede ciò che è venuto a vedere). E così Silvia Ugolotti lascia il suo folto pubblico, attento, un po’ disorientato, con la voglia di partire. Perché il viaggio non è distanza ma ritrovare anche se stessi. Silvia sicuramente è soddisfatta di questo incontro, degli interventi numerosi, ed è felice di essere salita sulla nostra Corriera, e noi di aver viaggiato, senza corriera, grazie a lei, perché come scrive Kapuściński “un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta, in realtà comincia molto prima e non finisce mai”.
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