
Una lezione di … Poesia
di Roberta Monaco
“L’eternità è il mare condiviso con il sole” (Rimbaud)
La poesia non serve a niente, qualcuno ha detto. Nelle librerie il reparto di “poesia” si assottiglia di giorno in giorno, forse perché è scomparsa la poesia, o perché alcuni poeti leggono solo se stessi. Ma se a parlare di poesia è un magistrato, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, docente di diritto pubblico e diritto pubblico dell’economia alla Luiss, autore di monografie e saggi giuridici, bisogna rivedere l’adagio. Farsi qualche domanda, o semplicemente starlo a sentire. E in questo caso sentire, anzi “ascoltare” è il verbo giusto, poiché la presentazione del nuovo (il quinto per l’esattezza) libro di poesie di Giancarlo Montedoro avviene grazie all’Associazione Donne in Corriera, alle Terrazze Scanderbeg, dove la Presidente Gabriella Caruso riunisce il suo pubblico, sempre foltissimo, durante la stagione estiva. Dicevo “ascoltare”, perché l’organizzazione stavolta prevede la presenza del giovanissimo eccellente pianista Nicola Pio Nasca e della bravissima Katia Berlingerio per le letture dei testi. A dialogare con l’autore Anna Rossiello. Un’armonia non facile ma possibile grazie alla bellezza del ‘materiale’ poetico e umano che si fa Voce, voci, suono grazie alla complicità del … tramonto. Il termine può sembrare riduttivo perché rimanda alla materia, tuttavia c’è l’elemento corporeo nella poesia (la poesia è corporea, ricerca di un voce, fisicità della voce che esce da un corpo) e se un corpo è voce la poesia è voce, espressione dell’io. Per spiegare l’intento narrativo (poesia come forma di espressione di sé, narrazione del sé, o dell’altro da sé) ci sono alcune parole come “corpo” che ci vengono in aiuto, dice Montedoro. L’io lirico montedoriano, che il periodo della pandemia contribuisce a rafforzare e nutrire grazie al tempo difficile dell’isolamento e dello s-confinamento, dell’immobilismo del corpo… ma non della voce, non è l’io gioioso del ventenne Keats, è piuttosto un io malinconico, un “Ulisse malinconico”.
La sua passione letteraria si fonda e assorbe gli insegnamenti di Michele D’Erasmo, e poggia su studi intensi da autodidatta, dei poeti di ogni tempo, di metrica, della tradizione, del passato. La poesia è per Montedoro un innesco che non ti fa aver paura (cita Harold Bloom, la scrittura è antagonistica, il confronto è saggio) di scrivere meglio un verso. Non a caso chiama alcune poesie “Calchi” ripensando al suo amato Rilke (bellissime le digressioni e gli aneddoti che ci narra con puntuali bibliografie, per cui dopo quest’ora di poesia potremmo leggere per anni!). L’imitazione non come diminutio ma come tratti di vita o di espressioni di vite che si ri-fanno scrittura.
L’autore “coglie e raccoglie tutto il meglio della pandemia” come riscoperta della libertà dell’immaginazione nonostante la “chiusura” forzata del corpo, la lontananza dalle persone e dai luoghi. Ma qui la poesia (sempre con la P maiuscola) si fa viaggio, desiderio di Vita, azione, non pura contemplazione. Il corpo dunque come fonte di gioia in un momento di solitudine, in cui l’io lirico registra tutto. Immagini, chiarori, sensazioni indeterminate. Anche l’immaginazione diviene salvifica in un momento di restrizione, coercizione, insidie, e ci fa riscoprire la bellezza del mondo e di sentimenti e desideri impossibili da contenere (È sempre bella la vita/anche quando piange). Se per il suo amato Wittgenstein, ossessionato dal linguaggio (I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo), la parola può curare il mondo, la poesia può accompagnare il destino con dolcezza, tenerezza, consolare le fragilità umane, troppo umane. Mallarmé afferma che la poesia è puro suono. E se la poesia fa emergere quello che i linguisti chiamano il ‘significante’, ovvero il suono della parola, ecco che un intermezzo musicale arriva, sia esso Bach con la sua musica ascendente, sacra, o Philip Glass con la sua musica orizzontale, ripetitiva (Etudes for piano n.1,9), poco importa. Poesia e musica si fondono nel canto (Aedi, Trobadori); diacronicamente nella storia della lirica questo si è perduto (Friedrich), perché il soggetto moderno è un uomo solo, abbastanza nichilistico, non ha bisogno di una tradizione, ha davanti il nulla, dietro la guerra, approda al verso libero, al non significato. Invece la poesia può avere un senso oggi, persino politico, critico e civile. Ci può insegnare a educare sentimenti come l’amore, la gelosia, l’oscillazione del desiderio. L’identità scrittoria di Montedoro è fatta di due piani che tengono insieme il racconto delle sensazioni esistenziali, banali, e lo sfondo storico, quello che succede. I due piani si devono intrecciare sempre. Perché sono intrecciati sempre. Non ci può essere una pura felicità individuale se non c’è una quota di società decente. Non c’è una società decente senza una buona quota di felicità interiore. Questo semplice chiasmo, che semplice non è, ci aiuta a comprendere la poesia di Montedoro e ci dà nuovi strumenti di analisi più in generale.
Così si spiega anche l’arcano della scelta del titolo: perché Campi Elisi? Già solo il titolo legittimerebbe il valore conoscitivo della scrittura poetica, della sua bellezza (nel caso di certi Autori). Eliso era il luogo paradisiaco della mitologia greco romana dove c’erano i giusti. Tutte le raccolte poetiche di Giancarlo Montedoro (Dal Toro di Falaride,2013;Nel gioco di Dedalo, 2016;L’ombra di Euridice, 2017;Hermes o le figure della scomparsa, 2019) hanno un richiamo alla mitologia classica. Ma con la sua capacità dialettica e dialogica e con la sua vastissima cultura anche gli argomenti più tecnici e complessi sembrano tutt’altro che ermetici.
La poesia come via di fuga per … restare. O per andare via “alla ricerca della propria voce”. Sì perché dopo questa lezione, magica, di poesia, di letteratura, di musica resteremmo ad ascoltare ancora i versi di Montedoro, o la bellezza dello svanire dell’ultima nota che precipita nel silenzio e fa sentire… la “voce” del silenzio.
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