
L’impegno del disimpegno
a cura di Roberta Monaco
“Preferisco gli uomini impegnati alle letterature impegnate”(ALBERT CAMUS)
Il 7 marzo alle 18,30 alla Libreria Laterza Le Donne in Corriera, supportate dalla padrona di casa Maria Laterzache introduce come sempre gli incontri, ritrovano, dopo una pausa legata alla permanenza di alcuni mesi dello scrittore in America, Filippo La Porta, impegnatissimo critico e saggista, collaboratore di diverse testate, autore di molte pubblicazioni tra cui: La nuova narrativa italiana (Bollati Boringhieri 1995), Pasolini (Il Mulino 2012), Eretico controvoglia. Nicola Chiaromonte, una vita tra giustizia e libertà (Bompiani, 2019). Il libro che presenta: Splendori e miserie dell’impegno (Castelvecchi, Roma, 2023, pp.105, euro 14,50). Ed è proprio il frutto delle lezioni tenute in America nel trimestre marzo-maggio 2023, sul tema dell’impegno degli scrittori, che ritroviamo nell’esile volume.
A dialogare con lui è la professoressa Celeste Maurogiovanni. Nell’Ouverture, ovvero il primo capitolo di questo interessante libro, lo scrittore enuncia le due cose fondamentali per riformulare il concetto di impegno negli scrittori. Impossibile non citare Flaubert quando afferma “Se una cosa è scritta male è falsa”. Quindi si rimarcano l’impegno verso il proprio mestiere, la scrittura, in primis, e in secondo luogo la funzione “veritativa”, ovvero conoscitiva della letteratura, quali premesse portanti e propedeutiche per comprendere il termine engagement. Filippo La Porta prova a spiegare, e ci riesce benissimo, la differenza fra impegno e neo-impegno, oggi assai di moda e addirittura strategia di marketing, o ancora la differenza fra lingua e ideologia, che non sempre, o almeno non necessariamente coincidono. Il suo accuratissimo ma sintetico (Pascal: la sintesi è sorella del genio), excursus sugli autori italiani, da Manzoni a Michela Murgia, ci fa amare la letteratura, che dovremmo saperlo, “è una cosa altissima”, e proprio per la sua vocazione altissima, essa può considerarsi “l’equivalente laico della preghiera”, come dirà verso la fine. Celeste Maurogiovanni, dopo aver elogiato l’eleganza della scrittura, la raffinatezza del pensiero e il rigoroso senso etico di La Porta chiede: cosa vuol dire oggi essere scrittori impegnati? Perché scrivere, e perché oggi il termine impegno sembra quasi anacronistico, sembra appartenere al passato? La risposta può ritrovarsi anche nella lettura di una pagina dove si esaminano le tipologie di impegno degli scrittori (pp.9-10), una indicizzazione che va dalla cura delle parole, a quello verso la verità, che annoverano l’impegno politico-ideologico verso gli ultimi, quello civile, o ancora quello verso noi stessi e la nostra coscienza, l’impegno più generale verso l’esistenza, alla ricerca di quella autenticità e dialogo con se stessi (Kavafis), o infine, l’impegno del disimpegno, quel leopardiano ridere del mondo, “l’ampia zona dell’inattività gioiosa”, il vivere la vita perché “scopo della vita è solo viverla”. E Maurogiovanni tocca i nodi centrali di questo libro, ne definisce godibilissima la lettura, un libro sul senso della letteratura, sull’impegno degli intellettuali e i nuovi orientamenti e ruoli dello scrittore. Infatti, con tocchi illuminanti La Porta ci trasmette ritratti di grandi autori (e altri ancora da valorizzare come Nicola Chiaromonte). Chi è l’intellettuale oggi? L’interprete (Sapegno)? Colui che “sa”, come dice Pasolini, o colui che sa usare il linguaggio, “il bello stilo”, direbbe Dante, perché la parola deve illuminarci verso la storia, d’altronde, “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, direbbe Wittgenstein. Ecco perché la citazione di Flaubert ci aiuta a comprendere che se un libro è scritto male allora significa che è falso. Pasolini ce lo ricorda con il suo impegno della sincerità. Per il latinista Ivano Dionigi occorre un’ecologia linguistica, afferma Maurogiovanni, che cita Calvino ed un saggio Il midollo del leone (17 febbraio 1955) dove qualifica l’intellettuale impegnato.
La tesi centrale del libro Splendori e miserie dell’impegno è che spesso gli scrittori sono impegnati perché mettono dentro i loro libri la crisi dei migranti, la causa ambientale, le catastrofi climatiche … ma questo ha a che fare poco con la letteratura, piuttosto riguarda lo scrittore come cittadino, come essere umano, più per il suo senso civico; come scrittore, afferma La Porta, l’unico impegno è solo quello di scrivere bene. Essere originale. Parlare con un linguaggio necessario, non agghindato, o impreziosito. Primo Levi non usa aggettivi. Ma la sua è una scrittura necessaria. La letteratura è, in grande sintesi, due cose:“precisione e incanto”. E spiega: lo scrittore deve trovare le parole che aderiscono alle cose e alle persone (precisione), incanto perché la sua scrittura deve essere evocativa, cioè evocare altri mondi. Non una lingua piena di clichés, ossia gli automatismi della lingua, non una lingua liofilizzata, convenzionale, banale, ma una lingua letteraria (si pensi ad esempio ad Anna Maria Ortese, a Matilde Serao). La lingua letteraria è una lingua più durevole, non effimera come quella giornalistica. Dunque lo scrittore non deve sentire obbligo morale e scrivere forzatamente, bensì deve “sentire” ciò che scrive, “combattere ciò che ci sembra falso e ingiusto” (Chiaromonte), mai tradire o essere asservita; siamo lontani dall’engagement storico, Sartriano, legato allo scambio di favori, alle ideologie, all’iscrizione a partiti (comunista), alla firma di manifesti (patto scellerato dirà La Porta). Ecco perché oggi l’impegno si ripropone in varie forme. Se oggi l’intellettuale non può più essere la coscienza della nazione, Pasolini e Sciascia, afferma La Porta, sono stati gli ultimi intellettuali dissidenti, gli ultimi eretici del nostro paese, disturbanti, urtanti, forse erano legislatori, predicatori laici, ma ora questo è impossibile. E forse è anche liberatorio, è meglio. Quell’epoca è finita, e allora, come aveva previsto Marx, saranno la cultura, l’intelligenza, l’attitudine linguistica, la principale forza produttiva; non esiste più il vate, il profeta, poiché in ogni essere umano c’è una capacità critica (purtroppo dispersa nei social, ma non sempre); le intelligenze dei giovani sono migliori, altro che “Sdraiati”! Sono meno ideologici di come eravamo noi, dice l’autore, hanno intelligenze più “ariose”, più aperte al mondo e alla novità, e una finezza intellettuale (cita la book influencer trentaduenne, Ilenia Zodiaco, disinvolta, autentica, migliore di tanti recensori più maturi) di tutto rispetto. Questo ci fa credere, come fa il protagonista dell’ultimo film di Wim Wenders, Perfect days, che una dimensione orizzontale, di devozione e amore verso il proprio lavoro, quasi da monaco zen, di chi coltiva poche relazioni, di chi ha il senso del bene comune, della polis, di chi sa aver cura del suo ambiente prossimo – le piante, gli alberi, la natura – di chi non scende in piazza per nessuna causa ma non è un qualunquista, né una figura carismatica, può costituire, come dice Primo Levi ”, la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”. Meglio un onesto disimpegno di un impegno inautentico.
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