
Un metaviaggio alla scoperta di Céline… il medico dell’umanità
di ROBERTA MONACO
“La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”
Per coloro che hanno voluto sfidare il freddo ed hanno proseguito la bellissima visita a Conversano per immergersi nella letteratura, c’è stata un’opportunità unica, a Putignano presso la Cantina di Spazio (Via Strettola n.1 ). Accolti magnificamente in questa cave, abbiamo intrapreso un altro viaggio… che ha reso meno buio un autore come Louis Ferdinand Céline (1894-1961, pseudonimo di Louis-Ferdinand Auguste Destouches) e il suo primo romanzo: Viaggio al termine della notte. Come ha scritto Carlo Bo: Il personaggio Céline non potrà mai diventare simpatico a nessun lettore […] Tutto il suo dramma sta […] nella mancanza di equilibrio tra l’intelligenza piena della realtà e la sua resistenza morale»; una realtà sua, fatta però di allucinazioni prodotte dalla realtà vera, e una sua morale negativa che è ispirata e si rivolge a uomini contraffatti che recitano e vivono indossando una maschera mostruosa plasmata dai propri vizi, quelli dichiarati e quelli taciuti. «Céline bisogna prenderlo tutto insieme …» accettando la sua esacerbazione verbale come insostituibile mezzo di ricerca”. Così, ho intrapreso il “viaggio”, ed anche la lettura del libro, quasi cinquecento pagine nella traduzione italiana di Ernesto Ferrero (recentemente scomparso), seicentodiciotto in lingua originale, per provare a togliere di dosso a questo autore etichette di “misogino, antisemita, omofobo”. Opera controversa, dunque, Voyage au bout de la nuit è la storia di un medico che, sopravvissuto alla Prima guerra mondiale, lascia la Francia alla volta delle colonie e degli Stati Uniti, per poi tornare in patria e dedicarsi alla cura dei poveri. Ma è, soprattutto, una riflessione sulla vita e la miseria umana, per dirlo con le parole di Elio Germano che ha deciso, tanti anni fa, di ridare in teatro la sua voce al testo. Alla luce di queste considerazioni, la visita studio organizzata a novembre dall’Associazione Donne in Corriera si carica di senso, e sicuramente regala sensi nuovi all’interpretazione e lettura di questo autore, poco amato. Una lezione di letteratura preziosa, anticonvenzionale e piacevolissima per le qualità e la competenza del curatore Pierfranco Castellana e della voce dell’attore Francesco Tinelli, la cui lettura di alcune parti ne ha esaltato la “emozionante” scrittura. È stato un viaggio nel viaggio, l’occasione per la scoperta di uno degli incontournables della letteratura di tutti i tempi (cfr.Timbuctu, podcast quotidiano di Marino Sinibaldi), e tuttavia un ‘maledetto’ (come De Sade, Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont, Genet), divisivo e controverso scrittore, spesso trascurato perché ingabbiato in clichés che ne ostacolano la bellezza della lettura. Insomma, c’era proprio bisogno di una “lezione”, che ci accompagnasse ad una riflessione più matura e diretta, grazie allo studio e all’amore di un “modesto esperto”, mosso da passione come Pierfranco Castellana, che, supportando l’intervento con immagini, video, musica, collegamenti verso altri aspetti della cultura in opposizione e letture, davvero magistrali, a viva voce, ci ha restituito un’interpretazione nuova del testo Voyage au bout de la nuit mirabilmente tradotto. Vibranti emozioni scaturiscono da questo romanzo che parla di guerra, “la guerra di Céline” come titola un numero del Venerdì di Repubblica (8 luglio 2022, numero 1790) a lui dedicato, che mai come oggi risulta tragicamente attuale. Anche per il fatto che, grazie agli inediti ora pubblicati in Francia, spopola in libreria e sui social. Forse perché, con una certa lungimiranza, afferma che “è degli uomini che bisogna aver paura”, forse perché scrive che: “la guerra è meglio della prigione”, e che “meglio la prigione che la pelle!”. Forse perché: “tanto si paga nella vita, prima o poi, il bene come il male”, o forse ancora perché Céline è stato un medico, e la sua tesi di laurea, una tesi “romanzata”, letteraria, su Semmelweis, un eroe della medicina non ancora riconosciuto, è all’avanguardia per il tema (il suo andare contro l’apparato di potere). Il germanista ebreo Cesare Cases ammette che quella di Céline è un’opera straordinaria di ricognizione umana che non ha avuto seguito e che il Viaggio è una delle proposte più forti, il maggior romanzo del Novecento; si spinge a sostenere che quando egli usa il termine “ebreo” indirizzando a questi un odio allucinante, in realtà intende additare al pubblico ludibrio gli emblemi più brutali della modernizzazione capitalistica e cioè l’impero del denaro, la standardizzazione della vita quotidiana, la tecnocrazia, la burocrazia, l’America e l’Unione Sovietica, tutto o quasi tutto. Anche Pino Donghi non resta insensibile alla lettura (o ri-lettura, come si dice per tutti i classici della Letteratura), del Viaggio, poiché se pure è putrido e corrotto il mondo su cui Céline volge lo sguardo, “lo traduce in parole, in ritmo, in suoni vocali, e la sostanza del contenuto che ne riemerge è tutta colore, invenzione, bellezza, tanto più sorprendente e improbabile a misura sei materiali d’appoggio”. E il materiale letterario di Céline ha una forte derivazione autobiografica, una biografia complessa, pericolosa, straripante, la sua. Precocemente viaggia, impara inglese e tedesco e si impiega in diverse ditte commerciali. Volontario nella Prima guerra mondiale, viene ferito a un braccio e riformato: da questo momento e per tutta la vita soffrirà d’insonnia, di angoscia e di acufeni; nel 1916 dirige per nove mesi una piantagione di cacao in Camerun, quindi lavora in Francia nella redazione di una rivista di divulgazione scientifica. Nel 1918 si iscrive alla facoltà di medicina di Rennes e si laurea nel 1924, avendo come tutor il suocero e usufruendo di facilitazioni come reduce; in questo stesso periodo è attivo in una campagna antitubercolare della Fondazione Rockfeller. Fa per un periodo il ricercatore all’Institut Pasteur; dal 1924 al 1928 lavora per la Società delle nazioni, branca “salute”, e viaggia da Ginevra a Liverpool, in Africa, in Italia (a Roma incontra Mussolini in persona che gli parla delle sue campagne antimalariche), a Cuba, negli Stati Uniti e in Canada (dove guida una delegazione di medici sudamericani in visite, tra l’altro, alle fabbriche Ford e Westinghouse) e dopo di nuovo in Europa; in alcuni di questi spostamenti fa anche il medico di bordo. Alla fine del 1927 apre uno studio medico a Clichy dove, a eccezione di un periodo trascorso all’ospedale Laennec, svolge con poche gratificazioni la professione di medico di base nei confronti di una clientela molto povera, disperata, ma contemporaneamente è assunto in un servizio municipale di igiene pubblica, pratica «una medicina collettiva terapeutica» e sperimenta, per conto di alcune società farmaceutiche, dei farmaci, compreso un medicamento contro i dolori mestruali, partecipando attivamente alla Società di medicina di Parigi. Compie viaggi in Germania, Gran Bretagna, nei Paesi Scandinavi e a Vienna; nel 1944, dopo la liberazione della Francia, ripara in Germania con i membri del governo collaborazionista di Vichy e, quindi, in Danimarca, dove passerà in prigione quattordici mesi e risiederà sino al 1951, quando l’amnistia gli consentirà il ritorno in Francia con una condanna per “indegnità nazionale” con la confisca dei beni. Vivrà con la moglie Lucette e numerosi animali a Meudon, a circa 10 chilometri da Parigi, dove continuerà fino alla fine la sua attività di medico, anche se poche erano le persone che accettavano di farsi curare da lui. Così come editori del calibro di Gallimard rifiutano di ripubblicarlo. Insomma Céline è un “caso” che non si concluderà mai, un genio cattivo che la Francia venera ancora, nonostante le polemiche nel corso dell’anniversario per il cinquantenario della morte (La Repubblica 8.7.2011); molto bello anche il saggio di Valerio Magrelli Proust e Céline la mente e l’odio (Einaudi 2022). Ma il suo capolavoro, Viaggio al termine della notte esce nel 1932, cinque anni prima che lui abbracciasse l’antisemitismo. Ecco perché, al di là di tutto, anche noi vogliamo provare ad avvicinarci a questo autore ‘personaggio’ (P.Castellana), contraddittorio, doppio, difficile (lo stile parlato che canta l’orrore, la scelta dell’argot), non celebrarlo, ma, almeno, “leggerlo”… . (PS: Grazie alla Presidente Gabriella Caruso e ai suoi consigli di lettura!)
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