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Racconti & Commenti  •  4 Febbraio 2019

“Io sono uno degli altri”. Rocco Scotellaro, il sindaco-poeta

Ecco il commento della nostra socia Roberta Monaco, dopo l'incontro con il Prof. Giuseppe Bonifacino.
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“Io sono uno degli altri” . Rocco Scotellaro, il sindaco-poeta
di ROBERTA MONACO

Libreria Laterza 19 gennaio 2019 ore 18
Incontri con autori: Prof. Giuseppe Bonifacino (Rocco Scotellaro, L’uva puttanella Contadini del Sud, Laterza, 2017, pp.292, euro 14)
Introduce la Prof.ssa Rita Ceglie
Letture a cura di Margherita Diana


Il secondo incontro previsto nel folto programma 2019 dell’Associazione Culturale Donne in Corriera è senza dubbio propedeutico e preparatorio alla visita di studio, in corriera ça va sans dire, a Tricarico (MT) sulle tracce dello scrittore Rocco Scotellaro (Tricarico, 1923- Portici, 1953). MARIA LATERZA, padrona di casa, avvia l’incontro e presenta il professore GIUSEPPE BONIFACINO, vera “rock star della serata”, italianista, docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università di Bari, che ci onora della sua presenza. Esperto a livello internazionale di Gadda, Bontempelli, Pasolini, fa parte di comitati, prestigiose riviste e giurie di concorsi, come ci dice la professoressa RITA CEGLIE che introduce e modera l’incontro. MARGHERITA DIANA, presterà la sua voce e ci leggerà alcune poesie di Scotellaro. Attraverso la scrittura di questo autore entreremo subito nello spirito di quella Matera capitale della cultura 2019 che proprio oggi, alle 18,45 apre le sue porte con i versi di Rocco Scotellaro. Sono state lungimiranti Le Donne in Corriera se si pensa che saranno proprio i versi di questo poeta contadino (come viene definito) cantati dalla voce di Gigi Proietti ad aprire l’evento materano.

Anche la professoressa CEGLIE apre con i versi “Rocco vestito di perla / come il grigiore dei colli vicino al tuo paese / mostrami la via che conduce / non so dove.” Così Amelia Rosselli ricorda infatti, dopo la morte prematura, l’amico del cuore Rocco Scotellaro, sindacalista, sindaco, intellettuale, vissuto appena trent’anni, ma sufficienti a lasciare il segno come poeta (l’ultima raccolta di poesie, È fatto giorno vinse il premio Viareggio, come saggista (l’inchiesta Contadini del Sud), come drammaturgo (Giovani soli)  e come narratore (il romanzo L’uva puttanella, che Carlo levi considerò superiore al suo Cristo si è fermato a Eboli, e la raccolta di racconti autobiografici Uno si distrae al bivio). Nella sue opere viaggia una fitta rete intertestuale, che contribuisce a delineare un’efficace fisionomia unitaria di questo scrittore eclettico, in cui “la poesia e la prosa sono intimamente legate tra loro e in un certo senso complementari per cogliere il significato della sua complessiva esperienza” (Nicola Tranfaglia).

Nato a Tricarico da padre calzolaio e madre casalinga ( in realtà “scrivana”, levatrice, sarta), dal padre apprese l’amore per il lavoro, dalla madre quello per la lettura.
Della politica visse la gioia di una vittoria elettorale forse insperata (sindaco a soli ventitré anni), ma anche la difficoltà estrema dell’amministrare, le sofferenze della calunnia dei suoi avversari politici (per un’ accusa del tutto infondata, per la quale fu incarcerato quarantacinque giorni nella cella numero sette a Matera cella che oggi porta il suo nome, poi prosciolto perché il fatto non sussisteva); sofferenze e delusioni che lasciarono un segno profondo nel suo animo e nel suo corpo. Conclusasi amaramente l’esperienza di sindaco, Scotellaro lasciò la politica e avvertì l’esigenza di uscire dal proprio mondo, per meglio comprenderlo con uno sguardo non più dall’interno ma dall’esterno: si trasferì a Portici, all’Istituto di Agraria diretto da Manlio Rossi-Doria, con l’idea di acquisire strumenti maggiori per intervenire sul Sud in trasformazione attraverso lo studio, la ricerca e la scrittura quali armi per continuare a combattere la sua battaglia.

È in quella fase che nacque l’idea di realizzare l’ampia inchiesta sui Contadini del Sud, lavoro ultimo e non ultimato per la morte improvvisa, per l’occlusione di una vena del cuore, il 15 dicembre 1953 a trent’anni; stava scrivendo anche L’uva puttanella, romanzo comunque di senso compiuto e maturo, autobiografia e al contempo iconografia del sottoproletariato, cioè di quei piccoli uomini che, come gli acini, di dimensioni ridotte ma mature, confluiranno nel mosto insieme a tutti gli altri, per dare quel poco di succo che hanno. “Noi siamo degli acini maturi ma piccoli in un grappolo di uva puttanella”, scrive.

Muore mentre stava completando quest’opera, dalla scrittura sudata e aspra, in cui vediamo l’intrecciarsi dell’ uomo con la sua terra, del mito e della magia con il realismo poetico, del tempo progressivo della storia con il tempo ciclico della natura. Rocco Scotellaro è il poeta della libertà contadina perché ha narrato dall’interno questa terra e perché nella sua scrittura percepiamo proprio la rossa terra della Basilicata, vediamo i volti dei contadini, talmente vividi, ne percepiamo le rughe, le sofferenze; questo autore ha saputo fotografare la condizione di quegli anni (di cui Carlo Levi ha parlato magistralmente in Cristo si è fermato a Eboli), ma di cui finalmente assistiamo al riscatto: da Matera vergogna dell’Italia, come ebbe a dire Togliatti, a Matera capitale europea della cultura. RITA CEGLIE ripercorre la biografia di Scotellaro, figlio di un calzolaio e di una casalinga da cui ha mutuato l’amore della lettura, una scrivana che scriveva per il vicinato. Insomma la rivendicazione parte dalla cultura. Ha studiato dai preti. Ha frequentato l’Università di Napoli ma è rientrato per la morte del padre. La sua opera è emersa per forza propria. Le sue Poesie (raccolta È fatto giorno), rappresentano per Montale “tra i versi più significativi del 900”.

Se per un ventennio ha subito il silenzio dovuto in parte al regionalismo, ad una critica inizialmente riduttiva da parte di alcuni intellettuali di sinistra (Alicata, Giorgio Napolitano, Giorgio Amendola), oggi è arrivato il tempo del riscatto. Una vita, quella di Scotellaro, intrisa di miseria e di dolore: ha conosciuto l’umiliazione del carcere che lo segnò a tal punto da lasciare quel mondo e andare a studiare a Portici la vita dei contadini, di cui significativo è il saggio Contadini del Sud, storie vere prese dalla vita di cinque contadini, e i racconti autobiografici, come Uno si distrae al bivio, dove l’io narrante si sdoppia e diventa l’archetipo dell’uomo e della giovinezza pericolante. Il filo rosso che lega tutte le opere sono quei rimandi intertestuali che si ritrovano nella scrittura che intreccia l’uomo con la sua terra come la vite con il suo tralcio.

L’intervento di BONIFACINO intende mettere in questione l’univocità dell’immagine canonica di Scotellaro quale testimone risentito e appassionato cantore neorealista del riscatto contadino, per evidenziarne la interna complessità richiamando all’attenzione il fecondo contrasto che percorre e alimenta la sua opera eclettica. Con grande sensibilità e spessore critico non comune, il professore ci fa “imparare a vedere” (Rilke) questo grande uomo, intellettuale, poeta, che ha subito vent’ anni di silenzio. Mito e magia, tempo della vita e tempo della storia. Storia e poesia coesistono. Ed è proprio nelle bellissime liriche che Margherita Diana legge (Campagna, Le viole sono dei fanciulli scalzi, Tu sola sei vera, Sempre nuova è l’alba, Pozzanghera nera il 18 aprile, Domenica, Il primo addio a Napoli, Le magiare attaccano, Camminano sulle zampe dei gatti, È un ritratto tutto piedi, Le tombe le case) che la bellezza si coglie e ci penetra dentro, come la sua voce. La passione meridionalista che attraversa la poesia di Scotellaro, dice BONIFACINO, si muove sul fondo di una vocazione lirica nutrita di simbolismo ermetico e di una visionarietà mitica e ancestrale. Al tempo utopicamente progressivo della rivendicazione etico-politica si interseca il tempo immobile e remoto dell’elegia contadina, la nobiltà estetica e valoriale del suo universo autentico e perduto. Dimensione ripetitiva, arcana, immobile, lotta politica, ribellione, attraverso scelte metriche di una poesia novecentesca che si proietta verso il reale. Passione politica, etica e ideale e la speranza di riscatto. L’intimità degli affetti, le difficoltà familiari dicono la forma mentis e la fermezza del paradigma Scotellaro, così come l’esperienza amorosa di apertura al dialogo con l’alterità, con l’altro, il rapporto con le donne e il dialogo con la Natura, con le sue norme inibitorie. Valori indefettibili, immutabili, dei genitori, e amori adolescenziali, segreti, rubati (prima fase: Al Sopportico delle Api il primo amore), impossibili per la realtà arretrata del suo microuniverso contadino. Umanesimo lirico, concezione arcaica della famiglia, robustezza e rigidità di una madre, che non si può perdere neanche con la morte (Colei che non mi vuol più bene è morta/È venuta anche lei/ a macchiarmi di pause dentro/ Chi non mi vuol più bene è morta/ Mamma, tu sola sei vera/ E non muori perché sei sicura.). La madre non può morire, è sicura, vestale, emblema del tempo arcaico, eterno. La donna amata invece no. E tuttavia di Scotellaro non fu vista l’intensissima parola lirica, a scapito dell’ideologia, e fu accusato di populismo. Il Professore ci aiuta a leggere la metrica dei versi, talora ermetici, talora crepuscolari, commenta l’espressività, la forza e la vitalità della poesia di Scotellaro, dove la cadenza dei versi diventa significante e significato, forma e contenuto si fondono. Le assonanze ci riportano al grande poeta Vittorio Bodini, ma anche alla condizione dell’intellettuale, alla denuncia sociale del poeta moderno che troviamo in Charles Baudelaire. Possiamo interrogare la città o i monti, ma se questi non danno risposte vuol dire che il “nostro” tempo non dà risposte. “Cuore, cuore, non ti fermare”, verrebbe da gridare, eppure il cuore del poeta si è fermato, ma non per sempre poiché, se si poteva morire d’infarto a trent’anni, la sua eredità giunge intatta. Il “nostro” sindaco-poeta, Scotellaro o intellettuale engagé, per l’impegno, la ricerca sociale, la politica attiva, la solidarietà, l’attività culturale ‘pura’ a Napoli, (attraverso l’intervista diretta e il racconto autobiografico), lascia un’eredità culturale che arriva tout court fino a noi ed ancora ci arricchisce e ci offre un quadro eccezionale della società agraria meridionale prima dell’industrializzazione. Diamogli l’ascolto che merita e diciamo grazie ai bravissimi interlocutori che ci hanno ancora una volta illuminati di … parole, e di lettura.

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