
“Bologna è facilina da girare…” (Lucio Dalla)
ma con Alessandro Vanoli è più bello imparare e … ricordare
a cura di ROBERTA MONACO
Il viaggio, o meglio la VISITA DI STUDIO a BOLOGNA nei giorni 7, 8 e 9 ottobre 2016, con lo scrittore Alessandro Vanoli , si inserisce nel quadro delle attività culturali previste per l’anno 2015-16 , in particolar modo la sezione del programma On the road a spasso con l’autore, parte integrante del progetto Book&Party, ovvero visite di studio guidate da scrittori nati e residenti nei luoghi prescelti (città d’arte o luoghi significativi e per i quali sono stati letti i libri e precedentemente invitati gli autori nella nostra città ( cfr.articolo Gazzetta del Mezzogiorno del 15 settembre 2016 su conferenza ALESSANDRO VANOLI il 16.9. all’Ex Palazzo delle poste ore 18). Questa volta a guidarci è un professore piacevolissimo, uno storico medievista, esperto nella fattispecie di storia mediterranea (autore di La reconquista, 2009, Il Mulino; La Sicilia musulmana, Il Mulino, 2012; Andare per l’Italia Araba,Il Mulino, Bologna, 2014; Quando guidavano le stelle, Il Mulino, 2015); gli itinerari previsti dal programma ci intrigano, ma non possiamo immaginare quanto ci seduce con il suo racconto della città di Bologna, città che sentiamo “accogliente” dal primo momento, già dal nome del luogo del pernottamento: Ospitalità San Tommaso, in via Domenico 1, a pochi passi dalla centralissima via Castiglione. E anche il nostro accompagnatore “culturale” sembra accoglierci e coccolarci al meglio: stavolta ci viene a prendere…
Puntualissimo e altissimo, autorevole e autoritario quanto basta, riesce immediatamente a catturare l’attenzione del folto gruppo (quasi cinquanta soci radunati davanti l’ingresso dell’albergo) con la sua voce possente e la sua presentazione accurata e non priva di metodo. Precisa subito, infatti, che ci sono due criteri per intraprendere la visita: quello cronologico, diacronico, che segue quindi la storia, la sua evoluzione, oppure quello meno vincolante, dello scrittore che “vive” (in) questa città e che riesce a fondere questi aspetti senza tediare i visitatori. Cerco così, come sempre, di appuntare tutto ciò che dice e riportare le sue parole, mentre la lunga passeggiata per le strade di Bologna prende “piede”…
Ci troviamo nella zona Sud della città e il nostro cammino ci porterà alle due Torri per parlare della Bologna medievale; Vanoli sceglie questo percorso per parlarci subito di questa arteria famosa, via Castiglione (che sorge su un torrente interrato nell’800), ci fermiamo all’angolo con via Farini, e incominciamo a notare che l’articolazione della città è platealmente medievale per cui i nuclei rispondono al criterio di cercare i “centri”. Piazza Maggiore ad esempio ed altri. Così dovremmo orientarci dunque e, perché no, fermarci ogni tanto, magari a guardare quella chiesa dei gesuiti, sulla destra di via Castiglione, incompiuta, perché l’ordine viene sciolto! Arriviamo in poco tempo in piazza del Francia ed ammiriamo il palazzo della Banca, ristrutturato. Idealmente siamo stati nell’insediamento etrusco romano, abbiamo passato un ponte che non c’è più, ma non gireremo verso la zona del ghetto. Poi fiumi e canali verranno aggiunti per collegare questa parte della città per arrivare al Reno, sino al Po. Mi perdo nei racconti di una Bologna troppo remota, quando arrivano i Romani! Quando il bosco arriva sino alle Alpi (durante la visita alla Biblioteca Salaborsa vedremo il foro romano, il decumano). Il museo della città racconta nei dettagli la storia di una città d’incontro e di passaggio tra sistemi gravitanti sul Mediterraneo e sull’Europa. Ma lo scorcio più bello è proprio sotto le due torri: ci mettiamo sotto, di fianco, per comprendere la storia “visibile” della città, che purtroppo non si vede. Nel 400 dopo Cristo (periodo di grande rifacimento e impoverimento della città), la struttura della città romana viene meno e vengono costruite mura di inserimento (selenite). Dove era tutta campagna, qui comincia il nuovo insediamento, dove inizia la vera rinascita della Bologna medievale. Fuori mura c’è una chiesa – che per me è la più bella di Bologna – per citare le sue parole, il complesso di Santo Stefano (se ho sentito bene è proprio qui che si è sposato, chiesa Giardini Margherita). La forma della chiesa è cinquecentesca, non si tratta di una vera e propria chiesa ma di una struttura che ne accoglie sette, in realtà ne convergono meno. Il tempio dedicato ad Iside (culto che prevedeva una fonte su cui inanellavano altri). Il santo, il vescovo che gestisce intorno al millecento tutte le grandi città è San Petronio. Qui quando arrivano i longobardi sorge la prima e la seconda chiesa, tutto il resto sorgerà dopo il tredicesimo e quattordicesimo secolo. Di fianco risale al settimo / ottavo secolo; la sequenza del racconto riprende, ci spiega, dal contrario, infatti è da qui che comincia la storia, il rifiorire culturale forte della città, San Petronio ha buttato qualcosa e si è iniziato a costruire (era andato a Gerusalemme con uno schizzo), nell’impossibilità di recarsi al santo sepolcro si costruivano delle copie, si scelgono punti che potevano essere duplicati (il Golgota su una montagnetta). Le storie nascono a posteriori e definiscono una storia di strati per definire il passato. Sostiamo nella zona della chiesa, circolare, con il basamento antico. Capitelli originari. La parte più antica, longobarda, ha mantenuto l’impianto romanico classico. Gli scavi hanno mostrato che questa città sorge su un cimitero ebraico, nell’ottavo secolo più o meno c’era tutto tranne il soffitto, pieno di raffigurazioni che non si vedono più (sante Vitale e Agricola sono santi longobardi), e le sepolture dei cittadini importanti all’epoca erano tutte in questa chiesa. Poi si sposteranno in San Petronio.
Perdo altri pezzi di racconto…so che nessuna guida cartacea potrà restituire la temperatura semiotica delle sue parole, riprendo faticosamente il filo del discorso che è di gran spessore culturale, altamente storico e dunque per me difficile da riprodurre fedelmente. Ma Alessandro Vanoli intreccia al suo discorso aneddoti, risposte alle domande delle curiose Donne in corriera, e espressioni bolognesi che colorano il suo racconto. Riprende a parlare delle grandi modificazioni urbane che intervengono intorno al X secolo, in cui la città si governa da sola, gestendo i propri soldi, la florida pianura Padana. Ha ragione Guccini a dire “Bologna è una signora”, poiché i bolognesi sono dei contadini: è l’idea agricola che circonda la città. E la sua vocazione poi quella commerciale; mentre la sua ossessione è quella culinaria, forse deriva da quella fame atavica, a quei prodotti atavici: il maiale ad esempio (come non ricordare la bontà della mortadella!), la pasta a cui i bolognesi sono tanto legati. La pasta conservabile inizia a codificarsi nel basso Medio Evo e poi nel Seicento. Ma nel Medio Evo nessuno fa i tortellini. La natura contadina di Bologna insomma fa sì che si parli sempre di ristoranti, dove andare a mangiare …E non mancano buoni consigli del professore anche in quest’ambito. Aggiunge poi che questa natura di Bologna non è intaccata dall’Università, non incide sulla sua identità. L’Università resta una cosa esterna anche se nel X secolo la definisce sul piano urbanistico. Pensate che nel X secolo dove abitano le persone “è” l’Università, cioè è “diffusa”, un luogo sparso, funzionava così. Poi la grande crescita seria di Bologna.
Attraversiamo Corte isolana, bellissimo palazzo, patrimonio prima privato, ora spazio pubblico, poi spuntano strada Maggiore verso le 2 Torri. Si sofferma sulle nuove forme di strutturazioni urbane, che sono i “portici”, caratteristici di questa città. Questi inizialmente servono a raggiungere un piano, poi i piloni da legno diventano di pietra. Il portico di Palazzo Isolano è il modello originale su cui si formarono gli altri portici. I turchi vengono a trovare le frecce frutto di duelli medievali, che cerchiamo di intravedere a distanza, ma in realtà sono impercettibili. Torniamo alla realtà più concreta: sulla sinistra Vanoli ci indica la sede del suo editore, il Mulino, a destra la Torre degli Asinelli. Da queste parti un famoso ristorante (Grassilli). Arriviamo e ci fermiamo sotto le imponenti Torri, attraversate da un cielo terso. Beh, ci sono cose che non si devono fare: ad esempio attraversare in obliquo (noi l’abbiamo appena fatto!), non salire sulla torre degli Asinelli. O ancora: non si va a San Luca prima di laurearsi…
Le torri sono una parte di quelle caratterizzanti la logica politica della crescita urbana (come per i portici) per cui le singole famiglie si “prendono” il potere, l’autonomia personale, diventano importanti. Cosicché i poveri stanno in basso e i ricchi in alto (altezza della torre dunque come simbolo di potere, ricchezza). Il nome della famiglia conta. Ad esempio la via dei Poeti, nella cui storica Osteria ceneremo la prima sera, dove Poeti prende il nome della famiglia Poeti. C’erano una decina di torri visibili. Il poeta Carducci deciderà che sono il simbolo della città. Però si decise di abbatterle perché solo due dovevano essere simboliche della città. Come i merli per altre città.
Bologna è piccola, è qualcosa di salubre, la torre che pende è perché ci passa sotto l’Aposa che corre in quella direzione e la rende “un pelino” meno sicura… Le Torri però bisogna immaginarle più attaccate perché erano così nella realtà medievale, vuote, ci si può salire, erano un luogo politico, perché da lassù si poteva vedere tutto, non come le torri di sicurezza o di controllo, ma simbolo di potere e ricchezza. Di dimostrazione, insomma: io sono più alto di te.
Non possiamo non percorrere via Indipendenza, (nessun bolognese aggiungerebbe “dell’ ”) chiusa al traffico solo il sabato e la domenica. Le grandi città medievali si leggono dalle piazze. Ecco piazza Maggiore, sede del consiglio comunale, dove un tempo erano anche le carceri della città. Qui alla fine del Medio Evo i Bentivoglio prendono il potere. Neoclassica la struttura del fondamento. Copia in scala delle arcate del Colosseo. Se entriamo nel Cinquecento abbiamo un gran periodo di fulgore, grandi scenografie urbane (pensiamo al palazzo dell’Archiginnasio). La scena chiude la parte popolare dove c’è il mercato, fra i più antichi e belli. Idea preteatrale della piazza, il Nettuno è “ingabbiato” perché in corso di restauro, ma la fontana, segno importante che doveva vedersi … la scenografia c’è tutta: una serie di elementi per segnare lo sfarzo, all’arrivo dei papi. Il palazzo era bellissimo. Palazzo Re Enzo (metà 1200 durante la battaglia di Fossalta combattuta da Federico di Svevia). Storia di potere, di poteri.
Piazza Grande non esiste, se non nelle canzoni… e ci ritroviamo di lì a poco sotto la casa di Lucio Dalla, piazza dei Celestini, sul muro la sagoma ombra del cantante, che il nostro autore ha conosciuto. Bella la digressione personale sui ricordi giovanili, “quando si viveva con quel senso di arte, cultura, creatività che in quegli anni si è sentito molto qui”. E’ il giovane Vanoli, che racconta di sé…” di quando suonava jazz da quelle parti. “Ecco, se c’è una caratteristica cittadina, è il senso di appartenenza artistica: tutti siamo andati in Piazza quando è morto Lucio, c’era musica, c’era musica ovunque”. Ora la casa la aprono solo in caso di eventi eccezionali.

Proseguiamo, con un po’ di mestizia per la perdita di questo artista che ha lasciato la sua musica nei nostri cuori e non solo nelle nostre orecchie, e sfioriamo il Palazzo Bevilacqua che ha ospitato il Concilio di Trento. Il cortile interno sembra bellissimo.
Dopo poco cammino la chiesa storica di San Procolo, nome comunissimo, molto universitaria, con una sequenza classica di stili: romanico, gotico, barocco. Bologna non è per niente una città barocca, fatta eccezione per San Luca (passeggiata impegnativa che faremo senza di lui). Sui riferimenti alla Bologna “araba”, non apro qui la parentesi ma consiglio di leggere le interessanti pagine del suo libro Andare per Italia l’Italia araba (pp.91-99) per approfondire le contaminazioni possibili, anche turche, che lo sguardo attento (sempre all’insù, dice il prof) ci regala. Palazzo Marsili, una storia a parte, una marea di studi, di libri sul mondo ottomano; questo si costruisce un palazzo, l’unico oggetto orientale che abbiamo a Bologna.
Non dimentichiamo poi di visitare anche la chiesa di Santa Maria della Vita, una delle più belle chiese del XVI secolo, ci dice. Poco dopo arriviamo in Piazza San Domenico. Il giro si sta per concludere, siamo sul retro del nostro albergo. Ma prima ci riuniamo nella bella piazza: finale scenografico con tramonto: che volete di più? Non è la chiesa dei bolognesi ma una delle più importanti perché vi è sepolto San Domenico, fondatore dell’ordine dei domenicani, la cui vocazione era appunto lo studium. Ci sono opere di una bellezza surreale. I suoi occhi azzurro limpido traducono la passione che mette nelle cose che fa, e che guarda, e che ci fa guardare, non semplicemente vedere. Il connubio con l’Università si vede all’esterno, con le tombe dei Glossatori (il nome deriva dalle “glosse”, ovvero le note a fondo pagina con i commenti ai codici giuridici giustinianei, il germe della possibilità di trasformare il testo in qualcosa di nuovo. Buona testimonianza di incontro tra papato e impero sempre in lotta fra loro. I glossatori non ci sono più ma sono il simbolo di un connubio complesso: chiesa del 1300, con opere famose fino al 1500 (il Compianto Niccolò dell’Arca, scultura lignea nella chiesa di santa Maria della Vita, bellissima).
La prima giornata a Bologna si chiude qui, con un grande applauso al nostro accompagnatore, e l’immancabile corriera-dono che ci rappresenta, e che forse il professore regalerà alla figlia che intanto lo chiama e lo reclama…
Che dire? Come incipit di una visita si presenta interessante: non solo storia, tanti stimoli, ricordi e tante foto che la brava Betty Lopez non manca di scattare, per non dimenticare…
Per una visita prettamente storica si consiglia anche il testo di ROLANDO DONDARINI, Breve storia di Bologna, Pacini Editore, 2007


Altri articoli di Racconti & Commenti
Scopri altre testimonianze e storie che raccontano emozioni, percorsi e momenti condivisi.












