
di Patrizia Ripa
Una serata magica quella di ieri sera, 7 settembre 2026, presso le terrazze Skandenberg, con la coppia Fulvio Frezza e Domenico Mezzina. Scrittore l’uno, cantante e chitarrista l’altro, in perfetta simbiosi hanno presentato i momenti clou della vita di Pino Daniele attraverso le sue bellissime canzoni, con le parole profonde dei suoi testi, accompagnati dalle splendide melodie cantate e suonate alla chitarra.
Tutto questo è il libro “Napul’è” – i mille colori di Pino Daniele – che è una scoperta continua di aneddoti della vita di questo grande cantautore che ha mirabilmente sottolineato il “sentimento” napoletano.
Il testo fa riferimento agli episodi della vita di Pino Daniele: la sua vita privata, il suo incontro con Massimo Troisi con cui condivideva questa sottile malinconia che è la solitudine, il suo amore per De Filippo, l’incontro con gli amici che avrebbero formato la sua band: la Neapolitan Power, che negli anni ’70-’80 mescolava blues, jazz, funk, rock e musica napoletana. Parliamo di James Senese – sax, Tullio De Piscopo – batteria, Tony Esposito – percussioni, Rino Zurzolo – basso e contrabbasso, Joe Amoruso – tastiere. Nei suoi album, da Terra mia fino a Nero a metà viene riportata la sua ricerca di una linea musicale che tenesse unita la tradizione napoletana con il blues e il jazz che erano le sue vere radici.
Colpisce la sensibilità con cui Fulvio Frezza ha colto la profondità del noto cantautore che rivela nei suoi testi tutto l’animo napoletano. Ne parla in prima persona, quasi fosse l’esito di una lunga conversazione fatta davanti al camino dell’albergo che l’ospitava a Courmayeur, prima dell’ultimo concerto nella notte del capodanno 2015.
Bellissime anche tutte le poesie di De Filippo riportate nel libro, da cui spesso partirà il cantautore per le sue canzoni. L’autore ne sottolinea le affinità e i punti di incontro tra i due artisti.
Pino Daniele descrive la sua Napoli con tutte le contraddizioni che la rendono così speciale, così unica: città da cui vorresti fuggire e nel contempo non staccarti mai. Ci fornisce dati sulla sua famiglia, le sue amicizie, il suo amore per la musica, la sua chitarra.
“La chitarra diventò presto il mio modo per comunicare, anche soltanto con la musica. Cominciavo a capire che tre accordi messi in sequenza potevano da soli creare il supporto su cui costruire una melodia e con quella semplice melodia raccontare una storia, la stessa che a parole, per pudore e timidezza, non ero capace di spiegare.”
E ancora afferma che nelle sue prime canzoni ha raccontato la sua quotidianità, i suoi pensieri di allora, “del tempo passato a cercare la libertà, a cercare di capire cosa fosse e dove andasse a cercata la libertà.”
I suoi testi, le sue melodie sono una ricerca continua dei bisogni dell’anima, delle riflessioni sulla vita e sulla morte, sulla malinconia, sull’amore, ma anche riflessioni su temi sociali relativi alla realtà di questa città. “I’so pazz” riflette la presunta pazzia di chi non accetta le ingiustizie e le convenzioni, e la famosa “ tazzulella e café, e mai niente ce fanno sapé, nui ce puzzamm e fammm, o sanno tutte quante e invece e c’aiutà c’abboffano e café “ la dice lunga su quello che è il suo pensiero sulle istituzioni e sulle mancanze verso i bisogni della gente che si accontenta o deve accontentarsi della “ tazzulella e café”.
“Napul’è nu sole amaro” – bellissimo ossimoro – “Napul’è addore e mare” e lo abbiamo sentito anche noi l’odore del mare con quella splendida vista dalle terrazze Skandenberg , Napul’è “na carta sporca” – sporca sì, ma anche abbandonata- “e niscun se ne’mborta e ognuno aspetta a’ ciorta “ -perché sì, nessuno di preoccupa di cambiare o porre rimedio ai mali e ai problemi di questa città ed è vero anche che ognuno aspetta “la ciorta”, la buona sorte, un momento di fortuna che possa far migliorare la propria vita, ma alla base c’è anche un’indolenza dell’animo napoletano.
Tutte verità che riflettono la complessità di questa affascinante città. Il vecchietto che “cammina, cammina” e aspetta la morte e dice che se arrivasse ora sarebbe “ ‘cchiu cuntent, tanto parla e nisciun lo sente”. La solitudine e l’abbandono che si avverte nella vecchiaia. Sono testi che parlano da soli. Tutti molto intensi e veri.
Napoli è malinconia e “alleria”, è lassismo ed è generosità e cura per l’altro, è rassegnazione e inventiva e creatività del nuovo per poter sopravvivere, è profondità e leggerezza, è vita e morte.
Napul’è una filosofia di vita.
Grazie a Florestano editore nella persona di Roberta Magarelli, grazie alla bella scrittura di Fulvio Frezza e alle melodie cantate da Domenico Mezzina, grazie all’ospitalità di Gabriella Caruso e alle donne in corriera, grazie alla bellezza del mare e del tramonto che si
può godere dalle terrazze Skandenberg. Grazie al grande talento di Pino Daniele senza il quale questa bella serata non sarebbe mai nata. Grazie a questo bel libro che ci fa sentire la musica e le parole del nostro cuore.
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